Saudek

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A lui piace Saudek. Gli piace la trasgressione, lo sguardo oltre la carne molle, oltre il grottesco di cosce troppo grosse,  rappresentazione decadente di un immaginario che serve per comprendere la realtà. Quella nuda.
Mi dice.

Lui che è giovane, terribilmente bello e non teme confronti ancora, dice anche di desiderarmi.

Ha una passione per Saudek, mi desidera, e me lo dice con tono di sfida. Percepisce le mie resistenze, come un cane da caccia fiuta la pista del cinghiale, e si butta all’inseguimento.

Lo guardo sfogliare le pagine lentamente, è forte come un dio dal sorriso sfacciato. Conosco quel profilo nervoso e sicuro,  quei lineamenti perfetti e completamente ignari: sono stata giovane anch’io. Ho paura ma al contempo sono tentata di farmi inseguire.

A lungo, nei dieci minuti della nostra relazione, tento di resistergli, di ergere muri geologici, di evidenziare sentieri che non potranno essere condivisi perché portano in direzioni opposte. Ma lui non vuole ascoltarmi, non ha un attimo di esitazione, nemmeno nell’abbraccio rivelatore: lui roccia e nervi, guizzo di sangue fresco, io, spiaggia tiepida al tramonto, carne morbida,  sangue racchiuso in un’ampolla, che non abbia a disperdersi. Alla mia età il sangue è meno infinito.

Mi piace Saudek, mi dice, alitandomi sugli occhi,  unica mia contrafforte di tenace resistenza. Loro non tremano, non cedono, non soccombono al peso delle paure e all’incedere del tempo.

Al contrario, come piccoli diavoli verdi, assorbono il fuoco dalla vita, conservandolo per scaldare i giorni giusti, e concedersi il lusso di sbagliare, ancora.

Che lui riesca a vedere anche questo in Saudek ora, tra le mie grosse cosce?

Che lui riesca a carpire tra le pieghe del collo, nell’eccedenza del ventre, nel cedimento dei seni, che lo sguardo non teme confronti? O vuole dimostrare a se stesso, che sa andare ben oltre l’artista, che lo scavalca  addirittura, nel cavalcare me, ora, con impetuosa passione?

Cosa vuole carpire dal mio abbraccio, che non sia solo misura del suo ardire?

Davvero può accontentarsi della dolcezza della  risacca al tramonto, di un’onda benevola che proviene da luoghi troppo lontani per tramutarsi in moto impetuoso e travolgente quando giungerà a riva?

Lui è bello, terribilmente giovane e bello e potrebbe sembrare un raggio di sole d’agosto, se lo guardassi distrattamente. Invece lo sto guardando da vicino, così vicino, da azzerare le distanze.

Potrei essere sua madre, portiamo gli stessi colori. Mi chiedo se per lui potrei mai sembrare un raggio di sole, guardata distrattamente. Di quale stagione?

Da tempo  giro con grandi cappelli perché il sole non mi bruci la pelle e mi proteggo sotto le grandi tese, quasi a nascondermi. Il suo amore per Saudek mi fa alzare il capo, e accetto la sfida. Anche a me piace Saudek, non racconta bugie. Supero il senso di grottesco e decadente che nel mio immaginario rappresentano le mie cosce, vado oltre l’artista, oltre lui, e soprattutto me stessa, mentre cavalco, assecondandola, l’onda impetuosa del suo desiderio. Non ho mai creduto che potesse essere così facile, come bere un bicchier d’acqua. Mi disseto anch’io. Alla fine pare che non ci siano feriti, né vinti, e a ben guardarci nemmeno vincitori, solamente, e per poco, per una strana coincidenza, i nostri sentieri si sono intrecciati.

Siamo all’ultima pagina. Chiudo il libro sull’opera di Saudek e lo ripongo in libreria. Lo custodirò con cura.

Indosso il cappello a larghe tese. Ho voglia di uscire e fare due passi. Mi volto, giro il capo a destra e a sinistra, ma lui, ovviamente, non c’è più.

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Jean Saudek

Nato a Praga nel 1935, autodidatta, visceralmente indipendente, messo al bando dal regime comunista, ha vinto le norme morali e le regole sociali in vigore per vivere la sua passione.

 

Attraverso la sua opera esplora la realtà ma con un linguaggio sopra le righe che lo proietta nell’onirico  e  nell’immaginario.  Attraverso gli scatti in bianco e nero (che dal 1977 inizia a colorare a mano) il suo potere di trasformazione del mondo reale, scava nell’animo umano. Egli crea delle fantasie scenograficamente molto curate per raccontare la sua verità e per renderla fuori dal tempo. I suoi nudi focalizzano spesso un erotismo grottesco e al contempo intrigante,  provocatorio e scatenante, sia nella forma che nel contenuto.

Il muro scrostato della umida cantina di casa sua, diventa la cifra stilistica di tutta la sua opera. Un muro che supporta l’umano pensiero, turbamento, sogno, delirio e si ripropone in tutta la sua forza espressiva.

Ossessionato dal tempo, dall’invecchiamento, dalla perdita della bellezza, Saudek si mette a nudo fino a raggiungere un’intimità sconcertante. Lucido, impulsivo, eccessivo. Le modelle sono spesso conoscenti, amiche, la moglie è spesso ritratta, mentre l’unico modello è se stesso. Ritiene gli uomini troppo impacciati davanti alla macchina fotografica.  Creatore underground a lungo condannato alla marginalità dalle autorità, Saudek è ormai riconosciuto nel panorama artistico mondiale. Non sempre è soddisfatto delle sue foto, ma ammette che se le vedesse fatte da altri, sarebbe terribilmente invidioso.

Superato il primo impatto, spesso sconcertante, ad un esame attento dell’opera ci si accorge che  un colore, una forma, un gesto, un oggetto, delle sue composizioni ci appartiene e ci si riconosce. In questo credo, alberghi la grandezza di questo artista.

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ECCELLENTE

Ricordo agli amici di passaggio:

MICROCENTURIE 

Inoltre su segnalazione di LINO ho partecipato a questa bella iniziativa:Racconti on air di Barbara Garlaschelli e Basilio Santoro

Racconti letti per radio alle 6,15 di mattina, quando per alzarmi mi occorrono le cannonate:)
Cannonate o non cannonate, l’idea è molto bella secondo me, e poi loro sono davvero bravi.

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Tonia pulisce meticolosamente il piano del bancone del bar. Le serve per prendere tempo. Alza il vassoio pieno di bustine di zucchero e con gesti lenti e circolari toglie ogni granello caduto, elimina ogni alone lasciato dalla spugnetta umida. L’acciaio risplende in controluce. E’ ancora presto, il locale è quasi deserto e la macchina del caffè da poco è  in giusta pressione. Lo stridio dei freni annuncia l’arrivo del tram, alla fermata davanti alla vetrata sulla destra. Gianni, l’autista, le fa un cenno con la mano, Tonia sorride. Sono anni ormai che si salutano così.

Anche il giorno si alza molto lentamente, svelando il grigio cupo dei palazzi che circondano la piccola piazza della stazione. Tra poco il bar sarà pieno di clienti assonnati ma frettolosi, i treni verranno annunciati uno dietro l’altro, i fischi lanciati dalle locomotive si alterneranno al vociare sempre più caotico man mano che i minuti passeranno, e i vassoi di croissant caldi, verranno presi d’assalto.

Ma ancora per un tempo breve, nella piccola stazione di provincia, la frenesia del vivere lascerà il posto alla lentezza del risveglio e al ritardo dei gesti. Chi vorrà ,potrà concedersi l’ultimo pezzetto di sogno.

Assorta nei suoi pensieri, Tonia fissa un angolo in fondo alla sala. Tra pochi minuti lui arriverà, puntuale come ogni mattina, attraverserà tutta la stanza e si siederà a quel tavolino in fondo, che rimanendo sempre vuoto, pare che aspetti proprio lui. Arriverà, si siederà, e appoggerà il solito quotidiano, dopo che con gesti misurati ed eleganti, avrà sbottonato il cappotto color blu scuro, o grigio, a seconda dei giorni. Vestirà un completo di taglio raffinato e di colore sobrio, la camicia sarà bianca e la cravatta sarà in tinta con l’abito. I capelli, corti e corvini, saranno pettinati all’indietro, lasciando scoperte grandi orecchie e un collo robusto che a lei piacciono tanto. Sulla sedia alla sua destra, metterà la valigetta a soffietto in cuoio nero e a quel punto, solo a quel punto, alzerà lo sguardo verso il bancone, e lei sarà pronta a intercettarlo. Un brivido le corre lungo la schiena a pensare a quello scambio. Per l’emozione, se non sta attenta, rischia di far cadere la tazzina che un cliente ha appoggiato poco prima. Con un piccolo cenno della mano, lui ordinerà il solito: toast al formaggio, bicchiere d’acqua naturale fuori frigo, e a seguire caffè macchiato caldo. Poi spiegherà il quotidiano come un gabbiano spiega le ali in volo e sparirà dietro le pagine stampate. A  quel punto saranno solo i loro gesti taciti e  consueti a fare da tramite.  Lei taglierà cinque fette di taleggio sottili perché possano  sciogliersi bene, le disporrà a ventaglio tra due fette di pane croccante e ambrato che prima avrà tostato, riempirà un grande bicchiere con acqua naturale e dopo aver messo tutto su un vassoio, con passo lesto si avvicinerà per servirlo. Lui scosterà il giornale, accennerà un sorriso senza alzare il capo,  che lei contraccambierà comunque mentre disporrà piatto e bicchiere. Girerà i tacchi e tornerà al banco, controllando con discrezione i suoi gesti, nell’attesa che lui alzi di nuovo la testa e faccia segno per il caffè: 25 gocce perché la miscela renda il meglio, sommerse da un dito di schiuma di latte intero, densa come il cotone. Lei porterà svelta il caffè, perché va bevuto caldo, e tornando, lo aspetterà alla cassa per lo scontrino, coi sensi scombussolati, ogni volta, dal profumo del suo dopobarba. Lui, bevuto il caffè, ripiegherà il quotidiano per  bene, prenderà la valigetta, e incamminandosi a lunghi passi verso la cassa, estrarrà il portafoglio dall’interno della giacca. Arrivato davanti a lei, le porgerà i soldi. Lei  batterà il solito scontrino, quattro euro e venti e sorridendo darà il resto. Lui prima di andarsene, dirà: eccellente. Questo  unico apprezzamento, accompagnerà lei per tutto il giorno e anche la sera e forse chissà, anche in sogno, come un faro luminoso nel grigiore del quotidiano.

Lui non porta la fede e pare che non abbia nemmeno il cellulare.

Tonia sospira, mancano pochi minuti ancora, prima che arrivi. Intanto sparge un po’ di cacao su due cappuccini per il  tavolo 7.

 :-Antonia, Tonia, Toniaaa! Carla, la sua socia, la guarda con compassione e un tantino di derisione. Ti decidi a vuotare la lavastoviglie, non ci sono più tazzine! Tonia si è già pentita di averle confidato la sua segreta passione. Adesso ogni mossa maldestra, ogni cosa che le cade dalle mani, o che si dimentica, è causata da questa infatuazione. E se  anche fosse vero? Da un paio di giorni lo sa pure  Maria, la donna delle pulizie, che infatti è già nella sala che fa finta di spazzare il pavimento e vuole gustare da vicino la scena dell’entrata. Che ci sarà di così divertente? Pensa Tonia infastidita.  Ed eccolo arrivare infatti, preciso come sempre, indossa il  cappotto grigio. Tonia ha un sussulto, e i rumori in sala si azzerano, lo segue con lo sguardo, non lo abbandona un attimo, mentre le altre due cominciano a ridacchiare e a scambiare segni d’intesa. Come sono sciocche, pensa.

:-Tonì, ma che orecchie grandi ha… Per sentirti meglio? Le chiede Maria  a bassa voce, passandole vicino, mentre Tonia sta preparando il toast.  :- Però non ti guarda mai…E poi si veste da vecchio, invece avrà poco più della tua età! Tonì, è un signore, sì, ma che ci trovi? Non è poi così bello!

:-Taci Maria, adesso stai zitta per favore…risponde con un filo di voce Tonia. Confusa e contrariata, si allontana col vassoio in mano. Carla che sta lavando un bicchiere, fa cenno a Maria di lasciar perdere, ne parleranno dopo.

Mentre Tonia si volta per appoggiare il caffè sul vassoio, si accorge che Marino l’edicolante, fermo all’entrata del bar, ammicca a Maria che gli indica in modo sfacciato il cliente seduto là in fondo. Anche Carla annuisce sorridendo con sguardo d’intesa.  No! Adesso lo sa anche Marino? Tonia è davvero arrabbiata, così tanto, che non sente nemmeno il profumo del dopobarba che di solito la scombussola tutta.  Non sorride e non bada nemmeno se lui scosta il giornale, e appoggia il caffè sul tavolino con gesto automatico poi ritorna  dietro al bancone del bar.

Lo attende in piedi alla cassa, come ogni mattina.  Batte lo scontrino: quattro euro e venti. Prepara il resto e glielo porge senza nemmeno guardarlo, tanto anche lui non la guarda mai.

Non sembrava così importante questo, ieri.

Eccellente lui dice, e fa un piccolo gesto di saluto col capo, prima di andarsene. Come sempre.

Eccellente non  potrà più essere, pensa Tonia, non per me, non così.

E’ furente anche con lui. Non si è accorto che qualcosa è mutato per sempre, che   i loro gesti di perfetta e tacita sintonia hanno perso  la loro segreta intimità, che non potrà più rivolgergli lo stesso sguardo attento, senza che venga spiato, deriso, o peggio, denigrato.  Come avrebbe potuto accorgersene lui, che non alza mai lo sguardo e che probabilmente non ha nemmeno notato il suo nuovo colore di capelli?  Ma fino a questa mattina, a lei andava bene anche così. Era affare loro.

Eccellente. Eccellente non sarà mai più.  E’ furente anche con se stessa.

Si allontana dal bancone, entra nello spogliatoio  dietro l’angolo, vicino alla toilette, indossa cappotto e cappello, mette a tracolla  la sua grande borsa ed esce senza dire una parola.  Se avesse coraggio abbastanza…Invece attraverserà la piccola piazza e andrà al parco a fare una passeggiata. Da dietro le arriva la voce petulante di Maria, che la chiama inutilmente.

 

 

Anfri

 

 

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Tac-tac-tac,  tre colpi secchi per compattare il tabacco appena rollato. E’ un’arte.  Felice è appoggiato alla colonna vicino all’ingresso del Cinema Corso, col capo reclinato e quasi totalmente nascosto dal Borsalino grigio scuro. Il bavero del cappotto è alzato, fa molto  freddo.

 

Brenno come ogni  mercoledì,  torna dal turno in fabbrica a cavallo della sua  rossa  bicicletta e lo guarda  mentre gli passa accanto:- Ehi Anfri, anca sta’ sìra  ‘nà morosa nova?(1)

Felice gli fa un cenno con la mano e alza le spalle sorridendo.

Brenno è un vecchio amico d’infanzia che gli vuole molto bene. Fu lui ad aiutarlo a cercare Silvia, la sua fidanzatina, dopo il  bombardamento del giugno del ’44. La trovarono morta, senza un graffio, riversa su un tavolo della Bocciofila, forse un colpo al cuore per la paura.  Fu Brenno ad aiutarlo a seppellirla, a confortarlo nei giorni e nei mesi a seguire, quando lui, dalla disperazione, voleva andare coi tedeschi. Brenno e sua moglie, l’Alina, in quel periodo lo invitarono tante volte a casa loro, a pranzo e a cena, tanto che sua mamma Bruna gli chiedeva se sapeva di avere ancora una madre al mondo. Ma anche se a sua madre Felice ha sempre voluto bene, era con Brenno e Alina che  riusciva a parlare di nuove prospettive di vita, di viaggi in America, e chissà, in futuro, anche un nuovo amore.  Sono passati anni, da allora. Ora è da un po’ che non va a cena da loro, l’Alina è all’ottavo mese di gravidanza e si stanca presto con altri due figli e il marito da accudire.

 

Tac-tac-tac ancora tre colpi secchi per compattare il tabacco.  Una bella boccata piena e le volute di fumo, fuoriuscendo sinuose da sotto la tesa del cappello, si perdono in alto velocemente.

:- Anfri, ‘stà sira l’è la volta d’là Sofia? (2)
Ennio, il custode del palazzo di fronte al cinema, ogni sera alle dieci  in punto, prima di andare a dormire, esce per guardare chi c’è in strada, e controllare che sul muro del palazzo non ci siano scritte pericolose. Fu lui ad essere picchiato perché qualcuno scrisse nell’ingresso:- L’ENNIO E UN FASISTA!!

Lui non fu mai fascista, nemmeno partigiano. Ennio non fu mai niente, ma questo, quel giorno, lo pagò  quasi con la vita. La guerra ti scova, anche se vuoi essere invisibile.

Non è suo amico, ma non si nega il saluto a nessuno, così gli ha insegnato la Bruna, per cui Felice gli fa un cenno di assenso col capo.

:- Mè a preferès la forastèra, com l’as-ciàma? La Ingrid. Colà sé c’l’è boùna! (3)

Esclama Ennio prima di girare sui tacchi e rientrare nell’androne, alzando il braccio in forma di saluto.

:- Eh no! Esclama il dottor Fanti, che nel frattempo è uscito dal bar, : La mè preferida l’è seimper la Gina, belà c’me’l sol! (4) – Dai Felice, perché non vai anche tu in America a fare un bel viaggio?

Gli chiede sorridendo, dandogli una pacca sulla spalla.

:- E smettila di aspettare  che escano le attrici del cinematografo! Non possono uscire dallo schermo, quelle rimangono lì, anche per il giorno dopo e quello dopo ancora. Vai alla balera sabato sera e cerca una ragazza che ti piaccia e chiedile di uscire. Felice, Felice, ti voglio sposato entro la fine dell’anno!

Il dottore del paese, sorridendo, si allontana con passo deciso, fino a scomparire nel buio della piazza.

 

Tac-tac-tac tre colpi secchi per compattare il tabacco. Sofia e Gina e Ingrid non potranno uscire nemmeno questa sera, e nemmeno domani sera e mai.

Anfri in cuor suo, questo l’ha sempre saputo, ma era una buona scusa per continuare a sognare e non soffrire più. Questo avrebbe voluto rispondere al dottore, che la fa così facile.

Magari, glielo dirà un’altra volta.

Nella fioca luce dei portici, echeggiano le note storte del violino dell’insonne Marino, il fornaio, che avrebbe voluto diventare come Paganini. Lui e Marino in fondo sono molto simili, storti alla vita, come le note del violino.

Felice accende la sigaretta e un bagliore di fuoco illumina la punta del naso aquilino. Tra poco finirà la proiezione e potrà tornare  a casa.

La Rosa lo guarda dalla finestra là in alto, scuote la testa e pensa:- Pòver fiol…

 

 

 

 

(1) Anfri, anche questa sera una fidanzata nuova?

(2) Anfri, questa sera è la volta della Gina?

(3) Io preferisco la straniera, come si chiama? La Ingrid. Quella sì che è bella!

(4) La mia preferita è sempre la Gina, bella come il sole.