Claudio Zavaroni

Manifesto Claudio

Questa pregevole iniziativa nasce da un’idea mossa da amore amicale e di bisogno di“giustizia emotiva”.

Soprattutto è un importante riconoscimento della città di Reggio Emilia  alla generosa e poliedrica  persona che era  Claudio, mio amico, nostro amico. Ma è pure un grido di ribellione, un infrangere un muro di dolore e di silenzio che ha relegato ognuno di noi, che lo amava, in una sorta di solitudine e oblio.

Circa un anno fa, Gianni Marconi, mio concittadino e amico di Claudio, con grande pazienza, metodo, precisione e non ultimo, affetto, ha iniziato a costruire un mosaico prezioso di ricordi, testimonianze e  materiale fotografico, raccolto attraverso i familiari, gli amici e tutti coloro che gli hanno voluto bene, nell’intento di rendere alla memoria collettiva l'immagine più veritiera di Claudio: vulcanico, curioso, generoso, in perpetuo movimento.

Così, contattati e coinvolti uno ad uno, ci siamo trovati in tanti, in questo giardino dei ricordi, ognuno col suo pezzetto di storia condivisa, un sorriso, un abbraccio,  un sentimento, un legame che porteremo dentro di noi per sempre.

Ed io, ora, mi sento meno sola.

Vedrò campeggiare il volto di Claudio, nei prossimi giorni, sui manifesti affissi in città e so che li guarderò con commozione e col sorriso sulle labbra.

Ritorneranno piano, piano tanti ricordi, sapendo che da qualche parte, vicino a me, qualcuno li potrà e li vorrà condividere, con lo stesso sentimento, e magari mi potrà aiutare a ripercorrere ciò che io ho inconsciamente cancellato.

Per questi e altri motivi, ringrazio dal più profondo del cuore, tutte le persone che hanno lavorato egregiamente a questo progetto con passione, che si concluderà in tre appuntamenti importanti,  ma il mio grazie particolare è per Gianni Marconi, che per sua volontà e tenacia  il filo quotidiano dei miei pensieri, rivolto al nostro comune amico, ora, ha finalmente un capo e una coda.

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Noi, che parlavamo d’amore

finlandia

 

Mi strappi dall’oltretomba in cui vivo, amore mio.

Tu che in una tomba riposi ancora, ancora e ancora, fino all’eternità e oltre. Chi può dire cos’è l’infinito? Dove finisce il mio desiderio di averti e dove inizia la paura di perderti per sempre?

Paura di non ricordare il volto, il sorriso, la voce, l’odore, io che non ho occhi di  falco, memoria di elefante, udito e olfatto di cane, io che sono solo così umana, ho paura di dimenticarti e di perdermi nell’oblio di ciò che ero, io, con te. Di ciò che noi eravamo. Noi, che parlavamo d’amore.

Mi strappi dall’oltretomba in cui vivo, amore mio.

In queste tiepide giornate di primavera, che ruotano attorno al tuo giorno di festa che non sarà. E mangerò un dolce dedicato, sorriderò  per non perdere la rotta, camminerò fiera al tuo fianco pensando a domani e a tutti i giorni che saranno. Anche senza di te, ma con te, che ti porto dentro. Piangerò e riderò dei ricordi, ne farò una collana da indossare in ogni occasione, senza rabbia se si spezzerà, perché raccoglierò tutte le perle una ad una e le infilerò in una nuova collana, per noi, che parlavamo d’amore.

Mi strappi dall’oltretomba in cui vivo, amore mio.

Mi hanno detto che un giorno vorrai andare perché ancora sei qui per me, ma non è il tuo luogo, ora. Non esiste un luogo in cui io non possa essere con te e un luogo in cui tu non possa essere con me. Costoro che dicono queste cose, non sanno cosa è l’amore, quanto ben sopporti la lontananza e quanto tragga da essa la forza per rigenerarsi. Io sui miei passi che battono nuovi sentieri, tu ormai oltre ogni luogo che mi dici che mi aspetterai, noi viviamo in una terra di mezzo amore mio, ove possiamo incontrarci ancora, noi, che parlavamo d’amore.

Mi strappi dall’oltretomba in cui vivo amore mio.

Tu che in una tomba riposi ancora, ancora e ancora, fino all’eternità e oltre. Sento nella mia voglia di vivere tutto l’amore che hai per me e questo non me lo porterà via nessuno e per questo nessuno potrà più farmi male. Avrò ancora il coraggio di credere e di sbagliare, avrò ancora la forza di affrontare e affrontarmi, supererò nei giorni, la quotidianità del giorno, sperando al risveglio nella bellezza del giorno appena iniziato. Ti saluterò alzando le lenzuola come fossero vele che solcano nuovi oceani, gonfie di un buon vento e confiderò i miei segreti, a noi, che parlavamo d’amore.

 

 

Note

casenord


Ho visto un cane strappato al canile, avventarsi contro i finestrini dell’auto in cui era dentro, in modo così rabbioso, che  ho pensato a quanti maltrattamenti deve aver subito per diventare così. Non sono riuscita a guardare a lungo la sua rabbia e ho dovuto chinare il capo.

In auto, sono salita solo con la prima, percorrendo una stradina di collina ripidissima e dissestata, perché volevo finire dentro l’azzurro intenso del cielo, nel punto in cui ci si tuffava lei,  dato che non ne vedevo la fine. Lungo il tragitto, sulla destra, c’era uno slargo che affacciava su un costone; un luogo dove gli amanti vanno a fare all’amore perché in terra era pieno di fazzolettini usati. Il bel pensiero d’amore è fuggito al pensiero dell’incuria dell’uomo e del suo egoismo.

Ho amato e amo i cieli di aprile da sempre, perché portano un canto nuovo ogni volta nella luce che sa incantare come l’arcobaleno. I fagotti di nuvole cambiano forma come volute di fumo, l’aria bizzarra e frescolina, s’infila ovunque ridefinendo i contorni, anche quelli dell’anima.
Ieri l’altro, due coni di panna volteggiavano sinistri, come corde d’aquilone abbandonato, sotto un turbinio di masse acquose, scomposte, da presagio di fine del mondo. Per la prima volta ho avuto paura del cielo di aprile.

Ho visto Ciccio corrermi incontro con l’entusiasmo tipico dei cuccioli di cane. Mi ha fatto tante feste e mi ha riempita di peli corti e bianchi, forti come gli aghi di pino, conficcati nel  mio abito nero che ora sarò costretta a lavare prima di indossarlo di nuovo.  Lo hanno chiamato così perché sei mesi fa aveva la forma di una palla da rugby. Ora è snello con le zampe lunghe lunghe da risultare sgraziato ed esilarante al tempo stesso quando scarta in corsa perché non vuole mollare la pallina che ha in bocca. Le zampe turbinando all’unisono, sembra che si stacchino dal resto del corpo. Il nome giusto ora sarebbe Pluto. Un nome è per sempre e a volte capita di portarsi addosso il nome sbagliato per tutta la vita. Ma Ciccio pare non accorgersi di questo e continua a correre come un forsennato. Beato lui.

Mi sono alzata d’impulso, mentre stavo pensando ad altro. Sono corsa al cellulare e ho scritto ad un amico: ti voglio bene. Ho imparato che a volte non c’è tempo abbastanza, che a volte non lo diciamo abbastanza, che a volte ci vergogniamo nel dirlo, pensiamo che non sia creduto o che sia eccessivo o fuori luogo. Ho capito da tempo che è un terribile errore, di quelli per cui ci si pente poi, per tutta la vita.
 

Rubo questa magnifica poesia a Lino, che spero  non me ne vorrà.  S'intona molto bene coi cieli di aprile.

DI CITTA' E DI ALTRI GRANITI

Una città di granito rosa, sospesa
in brillìo con la nube che
sposta

ombra e luce di fiume e pietre
al posto dell’azzurro essiccato.

Barca sfibrata dalle piccole onde.

  E poi un albero, un altro, altri ancora
in terre riarse e pastose disposte su
quadri di gigantesche tele

E un’ala, metallica, planante
bocche e vite sospese alla potenza
continua dei motori.

E nei territori sorvolati
la bocca di leone orienta il suo giro
le calendule impiccano l’ape
al brusio confuso
di una promessa di miele.

Nella tela disposta a minuscola crepa
si rivela l’ordito, due orli stappati in diagonale
dal boccheggio dell’acciuga argentea
alla irregolare tenuta
del cuore
di un gabbiano, stremato.

Dove bava congiunge
radice di terra a rigurgito di nuvole
l' ombra circolare disegna
il solo spazio ch’io capisca :
la memoria dell' arto mancante,
un dolore fantasma.

Lino Di Gianni 3/ 10/ 2010