Pensare in un’altra luce

Disgelo
                                                                                     (Sgnapis Disgelo)
                                                                                          

Scrive la mia amica  GIULIA nel suo bel blog “Pensare in un’altra luce”

“Amare significa lasciarsi interpellare, sorprendersi invocato e chiamato alla responsabilità”

Così dice Levinas, ma non è cosa da poco lasciarsi interpellare, farci coinvolgere. C’è chi vive la propria vita senza porsi domande, quasi non volesse sapere. Ma c’è, invece, chi ha sete di informazione e le cerca con impegno. Ma poi? Può capitare che l’informazione tanto ricercata, quando ce l’abbiamo, ci paralizzi, ci renda muti e impotenti. Ecco allora che il nostro impegno nei confronti dell'”altro” rimane chiuso nelle nostre case e si esprime nell’indignazione verbale, nelle discussioni infinite come in un eterno talk-show, e la nostra vita continua nella più assoluta disillusione.
La mole di informazioni che raccogliamo non ci aiuta ad agire, anzi. Spesso mi sono sentita come chi di fronte alla portata dei problemi si sentisse bloccata, senza un pensiero che mi aiutasse ad andare oltre alla mia rabbia. Una sorta quindi di “indignazione pigra”, priva di energia: è così che la sentivo.
La prima bassezza è la pigrizia. – dice Miguel Benasayag – Prima delle grandi empietà, prima di diventare torturatore, si comincia sempre con l’essere un pigro, col tacitare il richiamo in noi col pretesto che ‘è complicato’. Un bianco in sudafrica al tempo dell’Apartheid aveva mille occasioni per incontrarsi con un nero. Partendo da questa prima esperienza comune stava a lui lavorare, avere il coraggio di affrontare le domande che si prospettavano: perchè dovrebbe essere inferiore a me? Perchè dovrei trattarlo da inferiore?… Rispondere al richiamo non ha nulla di mistico, significa avere il coraggio di affrontare le questioni che mi presenta la situazione in cui mi trovo.”
Miguel Benasayag, Contro il niente. L’ABC dell’impegno
A volte ci nascondiamo dietro alla complessità dei problemi che diciamo sono più grandi di noi, ma in realtà quello che rifiutiamo è l’inizio di un nuovo percorso, temiamo di lasciare le nostre abitudini, le nostre sicurezze e indietreggiamo di fronte al rischio di andare contro corrente. Meglio rimanercene a guardare dall’esterno senza coinvolgerci troppo, meglio aspettare che qualcuno pensi per noi: davvero tutto sembra “troppo complicato”.
Vincere la nostra pigrizia vorrebbe dire ribaltare i luoghi comuni, le parole già dette, le frasi fatte.
Vincere la nostra pigrizia vorrebbe dire non aver paura di sentirsi “fuori”, come capitava forse a chi frequentava o difendeva troppo i neri in Sudafrica.
Vincere la nostra pigrizia vorrebbe dire non solo “informarsi”, ma a mettersi al posto dell’altro, imparare ad affrontare la realtà senza pensare che nulla è possibile.
Vincere la nostra pigrizia vuol dire operare il cambiamento prima di tutto dentro di noi per imparare a guardare con occhi privi di pregiudizi o schemi mentali.
Vincere la nostra pigrizia forse vuol dire non aspettare i grandi gesti, quelli eclatanti, ma accontentarci di quel poco che è nelle nostre concrete possibilità, quelli fatti lontano dagli appalusi.
Vincere la nostra pigrizia può voler dire sentirci responsabili e cambiare anche piccoli comportamenti un giorno dopo l’altro.

Dice Benasayag che alla domanda “che fare?” si può rispondere soltanto: “Qual è il mio prossimo piccolo passo?”. “Bisogna smettere di concepire l’impegno come un proposito per l’anno nuovo, una risoluzione di completo cambiamento (…) E’ sempre in nome del grande impegno che avrò domani per la libertà che volto le spalle a un modo di vita che costruisce a poco a poco dei divenire di liberazione“. La lotta contro la pigrizia passa attraverso un’interrogativo: “qual è la nostra posizione rispetto al richiamo che costituisce il fondamento nella nostra situazione?”

Forse così capiremo cosa vuol dire Lévinas, quando ci invita a guardare il volto dell’altro che si presenta davanti: “che supera l’idea dell’Altro in me“. Il volto mi chiede e mi ordina.

La parola Io significa eccomi,
Fare qualcosa per un altro. Donare. Essere spirito umano significa questo;
Io non inter-cambiabile, sono io nella misura in cui sono responsabile. Io posso sostituirnmi a tutti, ma nessuno può sostituirsi a me. Questa è la mia inalienabile identità di soggetto. E in questo senso preciso che Dostoevskij dice: “Noi siamo tutti responsabili di tutto e di tutto, davanti a tutti ed io più di tutti gli altri”.

 

Da Lévinas, Etica e finito

Eccomi, ci sono, e dove sono imparo a marcare la mia presenza che sa dire “no” nel quotidiano agire a quei modi di essere e di pensare che, a volte, senza che ce ne rendiamo conto inquinano la nostra mente. Lascio la mia piccola ma non insignificante impronta. Traccio il mio piccolo sentiero.
Cosa è il pensiero se non si traduce in gesti piccoli o grandi, se non trasforma il mio modo di essere, se non mi apre all’Altro e non definisce il mio essere nel mondo? Un pensiero che rimane chiuso nella nostra mente o nei libri è forse anche lui un po’ pigro?

Mi è piaciuto così tanto che l’ho voluto riportare qui. Sono certa che piacerà anche a voi.

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E’ comunque primavera

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(Sgnapis Primavera)

 

Avvolta nei miei tre maglioni, dopo un bel giro in bicicletta, dopo aver ripercorso con la memoria luoghi a te sconosciuti ma dei quali avevi percepito l'essenza, mentre sbuccio una mela seduta qui davanti,  mi giro a guardarti ma non ti vedo.
E' tutto il giorno che ti cerco a dire il vero e spesso mi sono trovata sola, mi sfuggivi tra la folla. Vedevo una spalla subito coperta da un'altra schiena enorme, le scarpe percorrere in fretta gli angusti ballatoi di Via dei due gobbi, per poi dileguarsi con te dentro, come se giocassero a nascondino. Sei stato sempre a qualche metro da me, come se fossimo in lite, come se non mi conoscessi.
Quante persone e quanti volti ho incrociato, sguardi… il tuo, mai.
Lo so che questa stagione non ti piace; troppo impaziente nell'alternare cieli e temperature a te che amavi il caldo e saresti stato bene solo ai tropici. E' una primavera così, non è colpa mia.
In bici poi, sotto la pioggia, sapevo già che non ti avrei trovato, non siamo mai andati in giro in bicicletta insieme. E' strano, a volte mi accorgo di fare cose di cui non abbiamo storia comune e questo mi pare impossibile. Ma alle mostre andavamo sempre, non capisco perchè tu ti sia comportato così, oggi.
Non ho mai nemmeno dovuto fare a meno di te, prima. Mi abituerò anche a questo tuo strano modo di fare.
La mela se te la sbucciavo la mangiavi però. Vuoi tornare almeno  un secondo per prenderne una fetta? Una sola.
Almeno.

 

1° Maggio

diego003

Ho imparato a gonfiare  le ruote della Jole. Che uno dice "Che ci vorrà mai a gonfiare una bici!" Invece la Jole ha tutto un sistema di viti che non è tanto semplice, così tu credi di gonfiarla e invece va sempre più a terra. La Jole è moderna e un po' complicata.
Ma oggi in garage si è compiuto il miracolo, la Jole è pronta per portarmi in giro, bene, come solo lei sa fare.

Andrò in piazza, c'è un bel sole. Andrò nella piazza che ha delle fontane che non mi piacciono e che rovinano la facciata del bel Teatro Valli secondo me, speriamo solo che  in occasione di questa giornata di festa, si fa per dire, non le illuminino con tanti colori, sembrano un albero di natale malamente addobbato.
Mi auguro che questa crisi economica possa essere risolta nel migliore dei modi e nel più breve tempo possibile, in modo che questo giorno di festa possa essere per tutti, perchè tutti hanno diritto ad un lavoro che dia ad ognuno la dignità di vivere.

Un pensiero particolare rivolto alle donne, spesso più discriminate ed emarginate. A loro il mio pensiero solidale ad ogni pedalata che farò.