Il Cavaliere dalla Splendente Armatura

Ti ho cercato goffamente oggi, in modo impulsivo, senza pensarci bene, come a volte faccio, sbagliando, ovviamente.

Non ti ho trovato infatti.

Mi dispiace immensamente anche perché avrei voluto abbracciare forte Zena in questo giorno così penoso.

Avrei voluto essere lì.

Ho girato, girato, girato a destra e a sinistra, con la mia auto obbediente dal navigatore muto.

Sono arrivata troppo tardi, eri in un altro luogo che avevo passato 40 km. prima.

L’avessi saputo…l’avessi chiesto! A quasi 55 anni sono ancora così sciocca a volte!

Sono fatta così Lino, porta pazienza, tu sei un uomo buono e comprensivo:

Il Cavaliere dalla splendente armatura.

 

Lo sarai sempre per me.

 

Mentre tornavo a casa avvilita e assorta e continuavo a girare e a girare a destra e a sinistra ormai senza fretta, mi veniva alla mente la mia insegnante di pilates, Elisa, che spesso recita: con l’ombelico risucchiato, snocciolate le vertebre una alla volta, lentamente…

 

Ho pensato a Nonno Nello scomparso il 10 agosto del ’73, Claudio ucciso il 29 maggio dell’85, Nonna Maura che si chiamava Mildrede ma non le piaceva, spirata il 5/10/2005, il mio cuore di pelo morta il 1/06/2008, Carlo stroncato da un infarto il 10/06/2008, Primo stessa sorte il 16/3/2010, Emilio, stesso anno il 10 settembre, il babbo in un soffio è volato via il 20/12/2011, Elis il 20/11 dello scorso anno e ora tu Lino, il Cavaliere.

Ho snocciolato piano piano le mie vertebre, come dice l’Elisa, la spina dorsale del mio sentire, perché ciò che sono ora lo devo anche a loro, anche a te Lino, che ti ho visto sì poche volte, tuttavia assieme alla tua dolce compagna di vita, mi hai accolta con affetto nella vostra splendida casa e nella vostra vita e mi avete insegnato tanto, soprattutto a credere nell’amore vero e ad avere fiducia in un futuro migliore.

Siete sempre stati e sarete sempre un faro per me, un meraviglioso esempio da seguire.

Ti avranno pianto in tanti oggi, ne sono certa, come tanti ti piangeranno per tutta la loro vita perché hai lasciato un vuoto incolmabile, ma hai lasciato in eredità altrettanto amore, intelligenza e forza che saranno l’insostituibile sostegno per coloro che hai amato.

Mi dispiace che Enrico non ti abbia conosciuto.

Ti voglio bene.

Chagall-Due-piccioni-1925-

Una bandiera per Elis

17/11/2014 ore 23,47 band 023 Sto scrivendo a te Elis, sento il bisogno di farlo perché ho tanta paura, per te e per tutti noi.

Sono giorni questi in cui ti penso intensamente e penso alla tua ricca vita alla tua bella famiglia e a tutto quello che hai vissuto, con grande coraggio. Hai combattuto in modo splendido con chi ti è stato sempre accanto con amore e determinazione e avete vinto, hai vinto Elis, come scrisse Morena tempo fa.

Anche per questo ti ho sempre ammirato, lo sai. Tra i tanti episodi della tua esistenza che mi hai raccontato, le passioni, gli interessi, il sapere, tra tutte le bellissime cose che hai creato per mia fortuna condivise in questi ultimi anni, ciò che emerge sopra ogni cosa, ora, è la tua bontà d’animo, l’uomo e il suo bel sorriso rassicurante malgrado tutto.

Parlando di te, ho sempre evidenziato il tuo estro artistico, il tuo eclettismo, la tua straordinaria capacità di condividere e di coinvolgere tutti in piccoli e grandi progetti, l’ironia che non hai mai abbandonato, la consapevolezza vissuta sulla tua pelle della fugacità della vita e al tempo stesso l’immenso amore che per essa hai nutrito e che non ti ha fatto mollare mai godendone ogni attimo, come fossi un fanciullo.

Grande insegnamento.

Ebbene, sopra questo gigantesco patrimonio umano, in questo silenzio notturno, sento soprattutto il tuo essere buono. Un lato del tuo carattere non prorompente come gli altri eppure è stato il tessuto col quale hai confezionato quel bellissimo abito mentale che ti ha fatto voler bene da tutti coloro che ti hanno conosciuto da vicino.

Ti ho mai detto che per me sei un uomo buono? Non me lo ricordo… Enrico ieri mi diceva: quando una persona ci lascia, sebbene si siano condivisi milioni di pensieri, si ha la sensazione comunque che non siano bastati perché altrettanti se ne avrebbe voluti condividere ancora. E’ così.

Ma tu sei maestro anche in questo, perché tu non aspetti, agisci subito, comunichi sempre i tuoi pensieri, tu sai che non c’è un tempo infinito.

Mi hai detto domenica scorsa: al mio funerale voglio la bandiera del P.C.I. Voglio che tutti sappiano che io sono un comunista.

Eccola: dono di un compagno che nemmeno sa chi sei, per te, per poter riconoscersi anche da lontano.

21/11/2014

Sei volato via in un soffio, ieri, verso mezzanotte.

Ti voglio tanto bene.

GRAZIE A TUTTI

Vita nuova?
 

Si chiude un capitolo, se ne apre un altro?

 

Così è la vita, tutto si trasforma, nel bene e nel male. Mentre salutavo un'amica di qui dentro, con la quale per una stagione della vita ho condiviso cose molto divertenti, pensavo con tristezza che sto per lasciare, ancora, un po' di cuore, proprio qui, che lo consideravo, stupidamente un luogo eterno.
Eppure avrei dovuto imparare da tempo che di eterno non c'è nulla…

Ho conosciuto persone magnifiche, sotto tutti i punti di vista, alcune si sono concretizzate materialmente le ho potute toccare, annusare. Altre sono rimaste uno scambio epistolare, un pensiero, ma così forte nella mia testa, da accompagnarmi in tanti gesti del quotidiano e questo significa essere importanti.
Vorrei salutarvi uno ad uno e dedicarvi un pensiero, ma non vorrei dimenticarmi qualcuno e nel rischio preferisco salutarvi tutti insieme.
Solo Carlo e Primo, figure fondamentali di questo pianeta e che non sono più tra noi cito volutamente, per condividerne con voi la memoria.

Voglio che sappiate, che ognuno di voi per me ha rappresentato tanto, tantissimo, che siete stati importanti, a volte fondamentali per farmi sentire viva e partecipe di un tutto che a tratti mi è stato ostico. Mi sono sentita protetta, amata, seguita, voluta bene, considerata.
E' stato bellissimo e vi ringrazio dal profondo del mio essere.

Vi lascio con l'immagine del mio cuore di pelo, colei che diede vita al mio nick perchè Sgnapis era il nome con cui la chiamavo a volte.
Sono certa  che ci incontreremo altrove, ma se  non dovesse accadere, rimarrete per sempre con me.

Grazie
SgnapiSilvia

                                                                                     
                                                                http://sgnapisvirgola.iobloggo.com

                                                                                    Arrivederci….
 

sgnapis2

Pensare in un’altra luce

Disgelo
                                                                                     (Sgnapis Disgelo)
                                                                                          

Scrive la mia amica  GIULIA nel suo bel blog “Pensare in un’altra luce”

“Amare significa lasciarsi interpellare, sorprendersi invocato e chiamato alla responsabilità”

Così dice Levinas, ma non è cosa da poco lasciarsi interpellare, farci coinvolgere. C’è chi vive la propria vita senza porsi domande, quasi non volesse sapere. Ma c’è, invece, chi ha sete di informazione e le cerca con impegno. Ma poi? Può capitare che l’informazione tanto ricercata, quando ce l’abbiamo, ci paralizzi, ci renda muti e impotenti. Ecco allora che il nostro impegno nei confronti dell'”altro” rimane chiuso nelle nostre case e si esprime nell’indignazione verbale, nelle discussioni infinite come in un eterno talk-show, e la nostra vita continua nella più assoluta disillusione.
La mole di informazioni che raccogliamo non ci aiuta ad agire, anzi. Spesso mi sono sentita come chi di fronte alla portata dei problemi si sentisse bloccata, senza un pensiero che mi aiutasse ad andare oltre alla mia rabbia. Una sorta quindi di “indignazione pigra”, priva di energia: è così che la sentivo.
La prima bassezza è la pigrizia. – dice Miguel Benasayag – Prima delle grandi empietà, prima di diventare torturatore, si comincia sempre con l’essere un pigro, col tacitare il richiamo in noi col pretesto che ‘è complicato’. Un bianco in sudafrica al tempo dell’Apartheid aveva mille occasioni per incontrarsi con un nero. Partendo da questa prima esperienza comune stava a lui lavorare, avere il coraggio di affrontare le domande che si prospettavano: perchè dovrebbe essere inferiore a me? Perchè dovrei trattarlo da inferiore?… Rispondere al richiamo non ha nulla di mistico, significa avere il coraggio di affrontare le questioni che mi presenta la situazione in cui mi trovo.”
Miguel Benasayag, Contro il niente. L’ABC dell’impegno
A volte ci nascondiamo dietro alla complessità dei problemi che diciamo sono più grandi di noi, ma in realtà quello che rifiutiamo è l’inizio di un nuovo percorso, temiamo di lasciare le nostre abitudini, le nostre sicurezze e indietreggiamo di fronte al rischio di andare contro corrente. Meglio rimanercene a guardare dall’esterno senza coinvolgerci troppo, meglio aspettare che qualcuno pensi per noi: davvero tutto sembra “troppo complicato”.
Vincere la nostra pigrizia vorrebbe dire ribaltare i luoghi comuni, le parole già dette, le frasi fatte.
Vincere la nostra pigrizia vorrebbe dire non aver paura di sentirsi “fuori”, come capitava forse a chi frequentava o difendeva troppo i neri in Sudafrica.
Vincere la nostra pigrizia vorrebbe dire non solo “informarsi”, ma a mettersi al posto dell’altro, imparare ad affrontare la realtà senza pensare che nulla è possibile.
Vincere la nostra pigrizia vuol dire operare il cambiamento prima di tutto dentro di noi per imparare a guardare con occhi privi di pregiudizi o schemi mentali.
Vincere la nostra pigrizia forse vuol dire non aspettare i grandi gesti, quelli eclatanti, ma accontentarci di quel poco che è nelle nostre concrete possibilità, quelli fatti lontano dagli appalusi.
Vincere la nostra pigrizia può voler dire sentirci responsabili e cambiare anche piccoli comportamenti un giorno dopo l’altro.

Dice Benasayag che alla domanda “che fare?” si può rispondere soltanto: “Qual è il mio prossimo piccolo passo?”. “Bisogna smettere di concepire l’impegno come un proposito per l’anno nuovo, una risoluzione di completo cambiamento (…) E’ sempre in nome del grande impegno che avrò domani per la libertà che volto le spalle a un modo di vita che costruisce a poco a poco dei divenire di liberazione“. La lotta contro la pigrizia passa attraverso un’interrogativo: “qual è la nostra posizione rispetto al richiamo che costituisce il fondamento nella nostra situazione?”

Forse così capiremo cosa vuol dire Lévinas, quando ci invita a guardare il volto dell’altro che si presenta davanti: “che supera l’idea dell’Altro in me“. Il volto mi chiede e mi ordina.

La parola Io significa eccomi,
Fare qualcosa per un altro. Donare. Essere spirito umano significa questo;
Io non inter-cambiabile, sono io nella misura in cui sono responsabile. Io posso sostituirnmi a tutti, ma nessuno può sostituirsi a me. Questa è la mia inalienabile identità di soggetto. E in questo senso preciso che Dostoevskij dice: “Noi siamo tutti responsabili di tutto e di tutto, davanti a tutti ed io più di tutti gli altri”.

 

Da Lévinas, Etica e finito

Eccomi, ci sono, e dove sono imparo a marcare la mia presenza che sa dire “no” nel quotidiano agire a quei modi di essere e di pensare che, a volte, senza che ce ne rendiamo conto inquinano la nostra mente. Lascio la mia piccola ma non insignificante impronta. Traccio il mio piccolo sentiero.
Cosa è il pensiero se non si traduce in gesti piccoli o grandi, se non trasforma il mio modo di essere, se non mi apre all’Altro e non definisce il mio essere nel mondo? Un pensiero che rimane chiuso nella nostra mente o nei libri è forse anche lui un po’ pigro?

Mi è piaciuto così tanto che l’ho voluto riportare qui. Sono certa che piacerà anche a voi.

Claudio Zavaroni

Manifesto Claudio

Questa pregevole iniziativa nasce da un’idea mossa da amore amicale e di bisogno di“giustizia emotiva”.

Soprattutto è un importante riconoscimento della città di Reggio Emilia  alla generosa e poliedrica  persona che era  Claudio, mio amico, nostro amico. Ma è pure un grido di ribellione, un infrangere un muro di dolore e di silenzio che ha relegato ognuno di noi, che lo amava, in una sorta di solitudine e oblio.

Circa un anno fa, Gianni Marconi, mio concittadino e amico di Claudio, con grande pazienza, metodo, precisione e non ultimo, affetto, ha iniziato a costruire un mosaico prezioso di ricordi, testimonianze e  materiale fotografico, raccolto attraverso i familiari, gli amici e tutti coloro che gli hanno voluto bene, nell’intento di rendere alla memoria collettiva l'immagine più veritiera di Claudio: vulcanico, curioso, generoso, in perpetuo movimento.

Così, contattati e coinvolti uno ad uno, ci siamo trovati in tanti, in questo giardino dei ricordi, ognuno col suo pezzetto di storia condivisa, un sorriso, un abbraccio,  un sentimento, un legame che porteremo dentro di noi per sempre.

Ed io, ora, mi sento meno sola.

Vedrò campeggiare il volto di Claudio, nei prossimi giorni, sui manifesti affissi in città e so che li guarderò con commozione e col sorriso sulle labbra.

Ritorneranno piano, piano tanti ricordi, sapendo che da qualche parte, vicino a me, qualcuno li potrà e li vorrà condividere, con lo stesso sentimento, e magari mi potrà aiutare a ripercorrere ciò che io ho inconsciamente cancellato.

Per questi e altri motivi, ringrazio dal più profondo del cuore, tutte le persone che hanno lavorato egregiamente a questo progetto con passione, che si concluderà in tre appuntamenti importanti,  ma il mio grazie particolare è per Gianni Marconi, che per sua volontà e tenacia  il filo quotidiano dei miei pensieri, rivolto al nostro comune amico, ora, ha finalmente un capo e una coda.

Primo Casalini

PRIMO

Avevo scritto una cosa carina, di getto sai, come quelle che scrivo io, che non rileggo e poi corro a correggere i refusi una volta che le ho postate. Poi, con gesto involontario ho schiacciato il tasto sbagliato e ho cancellato tutto. Non salvo mai niente, pure. Sono una frana lo so, non mi sgridare dai…

Me la sono presa pure con Ottavio. Poveretto mica è colpa sua, lo so, ma con qualcuno devo pur prendermela.
Ho un gran mal di testa, di quelli che la spaccano in due e mi sento ancora impotente, ancora una volta.
Non passerà il mal di testa, lo so, nemmeno dopo due pastiglie.

E non passerà il dolore.

Rimarrà lì a covare come una gallina schizofrenica coverebbe sassi per tutta la vita.
Non ti ho nemmeno mai visto.
Però ti voglio bene.
Mi rimane la magra consolazione di avertelo detto un giorno.

Lo so che adesso mi diresti che  tutto passerà e che fra qualche tempo ti ricorderò sì e no.
Ti piaceva mascherarti dietro un velo di cinismo a volte, ti proteggeva le vene, l’ho sempre capito.

E so come sono io, anche, e come curo i miei covini: per sempre.

Mi mancherai tanto Primo.
 
 
 
Ottavio da Stanze all’Aria:

…Il mio, e nostro, amico Solimano è mancato ieri all’ospedale S. Gerardo di Monza. Una diecina di giorni fa era stato colpito da infarto e conseguentemente operato. Sembrava che il decorso post operatorio procedesse bene finché ieri mattina un nuovo infarto ha provocato una crisi senza rimedio….

Mi sono ricordata che Primo ha citato più volte questo brano di HENRY LABORIT (dal capitolo intitolato "La morte" del suo "Elogio della fuga"):

___________________________

La nostra morte non è forse, in definitiva, la morte degli altri?
Questa idea viene espressa perfettamente dal dolore che proviamo per la perdita di una persona cara. Abbiamo introdotto, nel corso degli anni, questa persona cara nel nostro sistema nervoso, essa fa parte della nostra nicchia. Le innumerevoli relazioni stabilitesi fra lei e noi, e da noi interiorizzate, la rendono parte integrante di noi stessi. Sentiamo il dolore per la sua perdita, come un'amputazione del nostro io, cioè come la soppressione brutale e definitiva dell'attività nervosa (di una parte, si può dire, del nostro sistema nervoso, dato che la sua attività è sostenuta dalla materia biologica) che avevamo ricevuto da lei. Non piangiamo lei, ma noi stessi. Piangiamo quella parte di lei che era in noi e che era necessaria al funzionamento armonico del nostro sistema nervoso. Il dolore "morale" è il dolore di una amputazione senza anestesia.

____________________________

Primo sosteneva che gli esseri umani si sono attrezzati interiormente per reggere a questa "amputazione senza anestesia".

Comunque, fa male. E tanto.

Roby

Elena riporta uno dei tanti commenti di Solimano


"Che strano poeta che è Keats! Geniale, irritante, autolesionista, innamorato più della morte che della vita.
Eppure, con delle vampe visionarie. Vampe antiche, non è stato lui il primo a stabilire il nesso fra verità e bellezza.
C'è lo splendor veritatis di Tomaso d'Aquino, c'è la luce intellettual piena d'amore di Dante, ci sono i grandi elisabettiani, John Donne, soprattuto. Inamorati della vita più che della morte, questa è la differenza. Giusta di per sè, perché la morte non ha corpo, è solo il fenomeno terminale della vita. Differenza che non va mai dimenticata, se si vuole essere vivi mentre si vive."

Solimano

Come le maree

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(Teodoro)

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Ci sono persone che si palesano piano, e leggere, con garbo, si aggirano tra le cose e gli altri, così silenziose che parrebbe che non ci siano: il letto quasi intonso, la tazzina appena spostata, le loro cose sistemate a lato, che non intralcino il cammino altrui.

Non sprecano e consumano poco di tutto, anche l’acqua che hanno utilizzato, pare non abbia bagnato al suo passaggio, e poche gocce sono rimaste a testimonianza.

I gesti sono calibrati per non invadere l’umanità altra e sono pronti a votarsi all’accoglienza e a concedersi nella fiducia.

Il loro parlare è pacato, a filo di voce, che a volte stenti a sentire, eppure ne percepisci la grande forza perché gli occhi non tremano mai e mai si volgono altrove. Scopri che vigilano da tanto tempo sul mondo, quello che amano e quello che non amano. Anche ora, incessantemente, scrutano nei gesti e scovano nelle parole e viceversa, un segno, un messaggio che valga la pena di essere raccolto e coltivato.

Sono persone così, che in apparenza non lasciano tracce di loro, quasi invisibili ad "occhio nudo", eppure se vanno via, lasciano un grande vuoto, colmabile solo dalle loro parole a flebile voce che portano la forza di credere ancora. Con tenacia, senza sosta, malgrado la fatica a volte schiacciante. E trasportano ovunque vadano, un bagaglio di urgenza di fare qualcosa per dare voce a chi è muto, occhi a chi è cieco, orecchie a chi è sordo. E condividere. E’ la loro febbre di vivere.

Non amo il lusso io, io amo il mare. Non invidio chi possiede cose, ma chi possiede la forza del mare, sì.

Il contenere ogni cosa come il mare, e come il mare restituire anche un dolore se inevitabile. Come il mare bagnare le sponde che si amano e quelle che non si amano, perché non si può sottrarsi al destino. Lottare con la stessa  costanza della risacca e delle maree, dall’alba, al tramonto, ogni giorno di ogni anno, in bonaccia e in tempesta, in ogni stagione della vita.

A queste persone va tutta la mia ammirazione e la mia stima.

Frangipane

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Frangipane inspira in modo deciso mentre ondeggia il capo come se dovesse spostare di lato un grosso ciuffo di capelli; immaginario, perché Frangipane è calvo da molti anni. Alza il bavero della giacca di panno blu, si accende una sigaretta, la terza, e resta in attesa dell’autobus per il centro.

Frangipane di professione è precario. A ben pensarci nasce precario, settimino e completamente cianotico. Andò bene, gli raccontò sua madre, lo squassarono così tanto che improvvisamente si mise a piangere, e lo fece ininterrottamente per due giorni. Poi non pianse più per tre anni, nemmeno quando mise i denti da latte. Saltò la scuola d’infanzia che al suo paese non c’era e cominciò le elementari con poca convinzione, ma durò poco, perché fu la scuola che saltò letteralmente per aria, causa una bombola del gas nella guardiola del bidello. Tra alti e bassi, due anni in uno, tre in due, serali, corsi Radio Elettra Torino e molta acqua sotto i ponti si è diplomato tecnico radio tv, ma così avanti con l’età ormai, che è solo un punto d’orgoglio più che un’opportunità di lavoro. Coi tempi che corrono poi! Tra un testo e un esame, una fidanzata e un figlio inatteso, Frangipane fece tutti i lavori sulla faccia della terra, il raccoglitore di pomodori a Cerignola, di ciliegie a Marola, di pistacchi a Bronte, di mele in Val di Non, così tra una fidanzata e due figli inattesi, e molta acqua sotto i ponti, Frangipane girò tutta l’Italia e imparò numerosi dialetti.

L’autobus non arriva, si accende la quarta sigaretta, inspira il fumo, ma lentamente questa volta.

Per un po’ andò  per mare, poi per un certo periodo si fermò in un mercato generale e così nacque il terzo figlio, Eugenio, che una volta cresciuto, dopo alcuni anni che lo vedeva solo per la raccolta delle mandorle, gli disse: Fra’, Giacomo ha sposato mamma, fa il tornitore da quindici anni e dice che ci vuole bene. Io gli credo, sarà lui il mio papà per sempre. Gli altri due figli Frangipane non seppe mai di averli, eppure a lui i bambini piacquero sempre, tanto che per una settimana fece da baby sitter al figlio della Emi, la cassiera del supermarket, quando venne operata per una cosa di donne. Fu una settimana impegnativa quella, giorno e notte a recitare filastrocche in tutti i dialetti d’Italia. Imparò a cucinare le uova strapazzate e le bistecche con la sottiletta. Da quella esperienza pensò che avrebbe potuto fare il cuoco in un ristorante, ma finì per fare il lavapiatti in una pizzeria di Livigno, fu lì che imparò un po’di tedesco.

Non arriva proprio il numero 9.  Arriva invece una signora che dice che c’è lo sciopero dei trasporti, per i contratti dei precari. Frangipane s’arrabbia un poco e cerca la quinta sigaretta nella tasca della giacca di panno blu. Mentre attraversa la strada un’auto impazzita lo fa volare per aria, lui, la sigaretta, le scarpe e il suo diploma di tecnico radio-tv. Era arrivato da una settimana, lo stava portando a far vedere a mamma, che per una vita gli ha ripetuto che senza un pezzo di carta, sei nessuno.

Questo è il racconto che ho inviato a zop e che ringrazio:)

Una simpatica iniziativa la sua, su un argomento spesso doloroso che parla di fatica, di frustrazione, di futuro interdetto, se legato al lavoro. Ma si può essere precari in tanti aspetti della vita, anche nei sentimenti.
Si credeva che fosse amore invece era un calesse:)
Vi rimando al blog di zop, buona lettura…

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Vi auguro le cose più belle in questi giorni di ANDI  e RIVIENI
E un sorriso
Sgnà

Con altre voci

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(Po)

 
Ogni volta che la leggo io ti penso e mi commuovo. Ogni volta te la dedico in silenzio.
 
I tuoi frantumi raccolgo, il tuo viso specchiato
ogni frammento un grido
con la pazienza dell'amore escludo
minuzzoli inservibili
riempio di tenerezza ogni fessura.

Di tragedia e bellezza il tuo consistere.
Ti sentivi disperso e ti ho raccolto
nelle tue sfumature, e se pensavi
d'essere ormai introvabile a te stesso
io ricucivo la tua veste bianca.

Tu che hai smarrito i sensi nell'ebrezza
che hai disguinto le mani il tempo breve
di fugaci carezze, tu rivivi
perchè son io che di parole eterne
ne ho cosparso le palme, e ancora curo
i tuoi piedi piagati dal cammino.
Che mai sarebbe questa mia follia
se non l'acqua sorgiva che ti lava
l'aria che ti respira e ti disseta?

Infatti ora ti scorgo fronte al vento
profilo allineato all'orizzonte
terra straniera  a chi non ti conosce
a me sublime senso d'infinito.

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(8 marzo)


Questo è un guizzo, uno dei tanti, che passano  veloci nel cervello. Pensieri dedicati, sensazioni fugaci tra le tante.  Brandelli, anche di carne, ormai distante.
 
Siamo in un tempo di mezzo
tra orologi che non si stupiscono
e lancette ansiose
delle prossime ore.
Coltiviamo musiche irrequiete
cercando felicità fasulle
senza convinzione
saltiamo
il fosso dell'ambiguità
(ma)
ho un buco nelle calze
e nessuno che lo possa sfiorare.

***

offesa e lacerata
dal tuo andare improvviso
mi chiudo nella casa senza finestre
nei muri senza parole
e avvolgo di te le spire mancanti
sul gomitolo disfatto
di giallo e rosso cangiante.
Sono per te le lacrime
che hai fatto nascere
emozioni color pastello
nella finestra grigia
dei nostri pomeriggi
che urlavano per uscire.

Pasqua con i tuoi, Natale con chi vuoi

stella-di-natale

MORENA


è stata così carina da inserirmi nella bella pagina di Natale che cura ogni anno
ed io la ringrazio molto perchè è davvero una bella pagina.


Harriet è il mio raccontino, l’ultimo della casa.  Un racconto pieno di nomi inglesi e di biscotti ancora caldi.
Invito a leggere anche chi mi precede però, ci sono cose davvero molto, molto belle. Buona lettura.