Tornata

19171-1-toto-nel-film-gli-onorevoli-del-1963

elettorale,
con solito ritornello.

Tornata.

Mi piacerebbe quest’anno andare in ferie in Grecia, ma

I nciuci
L odo Alfano
V eronica Cappellaro
A mministratori pubblici

P residenti del consiglio
A ssessori
R epubblica due
M ani pulite
A mministratori pubblici
L egalità non applicata
A ffaroni sanità
T angentopoli

e molte, molte altre cose della pessima politica italiana
credo che la faranno venire qui.

CAZZO MI SONO SBAGLIATA! 25/02/2013 –
ore 20,30

SCUSATEMI

I TALIANI
L odo Alfano
V eronica Cappellaro
A mministratori pubblici

P OPOLO ITALIANO
A ssessori
R epubblica due
M ani pulite
A mministratori pubblici
L egalità non applicata
A ffaroni sanità
T angentopoli

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Parole

Sono affascinanti le parole.

Accompagnano, anche nel silenzio, sorprendono quando compaiono nei luoghi più inaspettati: un  biglietto ingiallito girato d’istinto, una lettera ripiegata in una scatola da scarpe riposta in solaio, una poesia dietro una fotografia che si credeva perduta per sempre, una dedica gigante, rossa e gialla, sotto un cavalcavia.

Sono ancora qui, ancora una volta, trasferita nel tempo, virtuale e reale.

(come se fossero passati cent’anni e forse è davvero così)

Piena di parole dette e taciute, soprattutto taciute perchè in certi momenti della vita, incredibilmente, risultano inutili e non abbastanza contenibili.

Tuttavia di loro non posso farne a meno.

Allora le parlo e le scrivo, sperando così, di poter essere più vicina a coloro che abitano la mia vita, sperando di farmi comprendere da chi amo e cercare di comprendere a mia volta, se avranno l’energia sufficiente di tradurre le loro parole affinchè possa assimilarle appieno.

Le parole hanno significati precisi, ma per ognuno diversi, come la vita.

GRAZIE A TUTTI

Vita nuova?
 

Si chiude un capitolo, se ne apre un altro?

 

Così è la vita, tutto si trasforma, nel bene e nel male. Mentre salutavo un'amica di qui dentro, con la quale per una stagione della vita ho condiviso cose molto divertenti, pensavo con tristezza che sto per lasciare, ancora, un po' di cuore, proprio qui, che lo consideravo, stupidamente un luogo eterno.
Eppure avrei dovuto imparare da tempo che di eterno non c'è nulla…

Ho conosciuto persone magnifiche, sotto tutti i punti di vista, alcune si sono concretizzate materialmente le ho potute toccare, annusare. Altre sono rimaste uno scambio epistolare, un pensiero, ma così forte nella mia testa, da accompagnarmi in tanti gesti del quotidiano e questo significa essere importanti.
Vorrei salutarvi uno ad uno e dedicarvi un pensiero, ma non vorrei dimenticarmi qualcuno e nel rischio preferisco salutarvi tutti insieme.
Solo Carlo e Primo, figure fondamentali di questo pianeta e che non sono più tra noi cito volutamente, per condividerne con voi la memoria.

Voglio che sappiate, che ognuno di voi per me ha rappresentato tanto, tantissimo, che siete stati importanti, a volte fondamentali per farmi sentire viva e partecipe di un tutto che a tratti mi è stato ostico. Mi sono sentita protetta, amata, seguita, voluta bene, considerata.
E' stato bellissimo e vi ringrazio dal profondo del mio essere.

Vi lascio con l'immagine del mio cuore di pelo, colei che diede vita al mio nick perchè Sgnapis era il nome con cui la chiamavo a volte.
Sono certa  che ci incontreremo altrove, ma se  non dovesse accadere, rimarrete per sempre con me.

Grazie
SgnapiSilvia

                                                                                     
                                                                http://sgnapisvirgola.iobloggo.com

                                                                                    Arrivederci….
 

sgnapis2

Ragazzi

renoir_1 

Lei è bellissima e vestita con cura, senza eccessi. Il viso, dai lineamenti fini è coperto in parte dalla lunga mano affusolata chiusa a pugno.
Lui è alto, robusto, con una cascata di boccoli castani. La guarda rapito, con quel sorriso che solo l'innamoramento concede. Anche lei sorride timidamente e ride a delle battute che anche se sono dall'altra parte del piccolo anfiteatro posso intuire: sciocche, di certo.
L'amore è l'unico sentimento che può nutrirsi di cose sciocche.
Muovono le mani intrecciandole e lei fa finta di schernirsi ad una contorsione del polso del ragazzo, lui coglie l'attimo in cui lei gli volge il viso per baciarla furtivamente. Lei china la testa fino alle ginocchia unite.
La lunga coda di cavallo che raccoglie la chioma color biondo cenere scivola in avanti.
Sorridono e si abbracciano.
Brotzman, sul palco, rapisce con la capacità di far “parlare”le corde delle sei chitarre resofoniche che lo circondano. Credo che saprebbe suonare anche con un colino da pasta, anzi ne sono sicura, ma è lo stato di grazia di questi ragazzi a strapparmi un sorriso.
Non mi stanco di guardarli e percepire ciò che stanno provando, loro che nemmeno si rendono conto del tesoro che hanno tra le mani: la giovinezza.

Anche io un tempo portavo lunghe code di cavallo color biondo cenere. Anche io sono stata guardata così, solo che allora non mi rendevo conto della preziosità di quello sguardo: lo consideravo eterno.
Solo più tardi, molto più tardi, capii che non è affatto così.

L'amore giunge a raffica con l'entusiasmo dei giovani, quando si è giovani. Ritrovare quello sguardo quando si è adulti è un tesoro così prezioso che si rischia di sentirsi inadeguati nel custodirlo. Le modelle di Schiele si possono permettere certe posture e certe espressioni, loro devono far vedere che il tempo non è pietoso e scopre le vene dei polsi. Se facessi altrettanto risulterei un mostro.
La bruttezza del dolore e della solitudine non è ben tollerata da chiunque.

Ricerco nello sguardo alzato di ogni mattina, lo spigolo di giovinezza che alberga nel pensiero, cercando di vestirmi con cura, senza eccessi. Le rughe a raggiera, con benevolenza, mi accompagneranno fino a sera.

 

 

Reggia di Venaria

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Appena portati i bagagli in camera, chiedo la strada per andare in piscina,  anche se il tempo è incerto, perché ho urgenza di galleggiare. Apro l'ombrellone, non per il sole ma per una timida pioggia, così poco convinta che occorre guardare lo specchio d’acqua per capire che sta piovendo. Tuttavia i pochi avventori fuggono come se fosse in arrivo un temporale.
Malgrado l’enorme nube violacea che ci sovrasta non credo che mi bagnerò dal cielo, c’è una corrente molto forte lassù e la massa acquosa marcia veloce in direzione di Milano come se fosse nella corsia di sorpasso della A4. Restiamo in due, io e una signora in topless, molto fiera del suo seno rifatto. Bel seno, una quarta abbondante, che sfida ogni legge di gravità e un dato anagrafico che non può mentire altrettanto: la signora certamente ha qualche anno più di me.
Mi addormento e poco dopo appare un bel sole che mi accompagna nell'agognato ammollo, io lontano dall’acqua non so stare.
"E' 21 gradi" mi dice sorridente il bagnino indicando l’acqua. Me ne sono accorta, è gelata, ma non mi arrendo. Dicono che 21 grammi sia il peso dell'anima. La mia, che sto sputando per entrare in vasca e sono già immersa oltre la vita, adesso pesa molto di più, ne sono certa. La signora sdraiata sul lettino non ci pensa nemmeno di bagnarsi e sta incollata al cellulare. Mi fa sorridere il marcato accento torinese sopra due tette così, che ritengo sarebbero perfette sotto un dialetto milanese stretto alla Mariangela Melato. Ma qui siamo a pochi chilometri da Torino e le tette ormai se le rifanno sotto tutti i dialetti d’Italia.

 

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Tanti auguri, baci e abbracci a profusione, come nei matrimoni emiliani. Uguale.  Salutati gli sposi già partiti per Cuba la mattina presto, dopo una notte abbastanza tranquilla, di tornare a casa non se ne parla nemmeno: Reggia di Venaria.
Dichiarata nel 1997 Patrimonio mondiale dell’Umanità è opera di grandi architetti del sei e settecento,  per celebrare la caccia e il piacere. Perfettamente restaurata il piacere ritorna a noi nell’ammirarne l’imponenza e al contempo la sobrietà, stando comodamente seduti in una delle panchine disseminate nei bellissimi e curati giardini che la circondano. Il giardino delle rose poi è un incanto e una delizia per la vista e per l’olfatto. Il percorso interno alla Reggia, apre a spazi, stucchi e dipinti, oltre ad un intreccio di linee architettoniche di grande bellezza, ma la cosa che mi colpisce maggiormente è la rifrazione della luce. Anche se non è una giornata particolarmente assolata, le grandi vetrate, i soffitti altissimi  e la scelta dei colori rendono ancora più luce di quanta ce ne sia all’esterno. Uno splendore vero e ne rimango affascinata, perché anche se l’accostamento alle corti francesi mi viene spontaneo, subito mi rendo conto che la mancanza di eccesso, di opulenza la rendono stilisticamente unica nella sua eleganza.
Nei giardini di corte, cornice ideale, fino ad ottobre, saranno in cartellone appuntamenti teatrali e musicali di rilievo. Peccato, penso, mentre mi avvio all’uscita, che io abiti così lontano.
 

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Pensare in un’altra luce

Disgelo
                                                                                     (Sgnapis Disgelo)
                                                                                          

Scrive la mia amica  GIULIA nel suo bel blog “Pensare in un’altra luce”

“Amare significa lasciarsi interpellare, sorprendersi invocato e chiamato alla responsabilità”

Così dice Levinas, ma non è cosa da poco lasciarsi interpellare, farci coinvolgere. C’è chi vive la propria vita senza porsi domande, quasi non volesse sapere. Ma c’è, invece, chi ha sete di informazione e le cerca con impegno. Ma poi? Può capitare che l’informazione tanto ricercata, quando ce l’abbiamo, ci paralizzi, ci renda muti e impotenti. Ecco allora che il nostro impegno nei confronti dell'”altro” rimane chiuso nelle nostre case e si esprime nell’indignazione verbale, nelle discussioni infinite come in un eterno talk-show, e la nostra vita continua nella più assoluta disillusione.
La mole di informazioni che raccogliamo non ci aiuta ad agire, anzi. Spesso mi sono sentita come chi di fronte alla portata dei problemi si sentisse bloccata, senza un pensiero che mi aiutasse ad andare oltre alla mia rabbia. Una sorta quindi di “indignazione pigra”, priva di energia: è così che la sentivo.
La prima bassezza è la pigrizia. – dice Miguel Benasayag – Prima delle grandi empietà, prima di diventare torturatore, si comincia sempre con l’essere un pigro, col tacitare il richiamo in noi col pretesto che ‘è complicato’. Un bianco in sudafrica al tempo dell’Apartheid aveva mille occasioni per incontrarsi con un nero. Partendo da questa prima esperienza comune stava a lui lavorare, avere il coraggio di affrontare le domande che si prospettavano: perchè dovrebbe essere inferiore a me? Perchè dovrei trattarlo da inferiore?… Rispondere al richiamo non ha nulla di mistico, significa avere il coraggio di affrontare le questioni che mi presenta la situazione in cui mi trovo.”
Miguel Benasayag, Contro il niente. L’ABC dell’impegno
A volte ci nascondiamo dietro alla complessità dei problemi che diciamo sono più grandi di noi, ma in realtà quello che rifiutiamo è l’inizio di un nuovo percorso, temiamo di lasciare le nostre abitudini, le nostre sicurezze e indietreggiamo di fronte al rischio di andare contro corrente. Meglio rimanercene a guardare dall’esterno senza coinvolgerci troppo, meglio aspettare che qualcuno pensi per noi: davvero tutto sembra “troppo complicato”.
Vincere la nostra pigrizia vorrebbe dire ribaltare i luoghi comuni, le parole già dette, le frasi fatte.
Vincere la nostra pigrizia vorrebbe dire non aver paura di sentirsi “fuori”, come capitava forse a chi frequentava o difendeva troppo i neri in Sudafrica.
Vincere la nostra pigrizia vorrebbe dire non solo “informarsi”, ma a mettersi al posto dell’altro, imparare ad affrontare la realtà senza pensare che nulla è possibile.
Vincere la nostra pigrizia vuol dire operare il cambiamento prima di tutto dentro di noi per imparare a guardare con occhi privi di pregiudizi o schemi mentali.
Vincere la nostra pigrizia forse vuol dire non aspettare i grandi gesti, quelli eclatanti, ma accontentarci di quel poco che è nelle nostre concrete possibilità, quelli fatti lontano dagli appalusi.
Vincere la nostra pigrizia può voler dire sentirci responsabili e cambiare anche piccoli comportamenti un giorno dopo l’altro.

Dice Benasayag che alla domanda “che fare?” si può rispondere soltanto: “Qual è il mio prossimo piccolo passo?”. “Bisogna smettere di concepire l’impegno come un proposito per l’anno nuovo, una risoluzione di completo cambiamento (…) E’ sempre in nome del grande impegno che avrò domani per la libertà che volto le spalle a un modo di vita che costruisce a poco a poco dei divenire di liberazione“. La lotta contro la pigrizia passa attraverso un’interrogativo: “qual è la nostra posizione rispetto al richiamo che costituisce il fondamento nella nostra situazione?”

Forse così capiremo cosa vuol dire Lévinas, quando ci invita a guardare il volto dell’altro che si presenta davanti: “che supera l’idea dell’Altro in me“. Il volto mi chiede e mi ordina.

La parola Io significa eccomi,
Fare qualcosa per un altro. Donare. Essere spirito umano significa questo;
Io non inter-cambiabile, sono io nella misura in cui sono responsabile. Io posso sostituirnmi a tutti, ma nessuno può sostituirsi a me. Questa è la mia inalienabile identità di soggetto. E in questo senso preciso che Dostoevskij dice: “Noi siamo tutti responsabili di tutto e di tutto, davanti a tutti ed io più di tutti gli altri”.

 

Da Lévinas, Etica e finito

Eccomi, ci sono, e dove sono imparo a marcare la mia presenza che sa dire “no” nel quotidiano agire a quei modi di essere e di pensare che, a volte, senza che ce ne rendiamo conto inquinano la nostra mente. Lascio la mia piccola ma non insignificante impronta. Traccio il mio piccolo sentiero.
Cosa è il pensiero se non si traduce in gesti piccoli o grandi, se non trasforma il mio modo di essere, se non mi apre all’Altro e non definisce il mio essere nel mondo? Un pensiero che rimane chiuso nella nostra mente o nei libri è forse anche lui un po’ pigro?

Mi è piaciuto così tanto che l’ho voluto riportare qui. Sono certa che piacerà anche a voi.

Claudio Zavaroni

Manifesto Claudio

Questa pregevole iniziativa nasce da un’idea mossa da amore amicale e di bisogno di“giustizia emotiva”.

Soprattutto è un importante riconoscimento della città di Reggio Emilia  alla generosa e poliedrica  persona che era  Claudio, mio amico, nostro amico. Ma è pure un grido di ribellione, un infrangere un muro di dolore e di silenzio che ha relegato ognuno di noi, che lo amava, in una sorta di solitudine e oblio.

Circa un anno fa, Gianni Marconi, mio concittadino e amico di Claudio, con grande pazienza, metodo, precisione e non ultimo, affetto, ha iniziato a costruire un mosaico prezioso di ricordi, testimonianze e  materiale fotografico, raccolto attraverso i familiari, gli amici e tutti coloro che gli hanno voluto bene, nell’intento di rendere alla memoria collettiva l'immagine più veritiera di Claudio: vulcanico, curioso, generoso, in perpetuo movimento.

Così, contattati e coinvolti uno ad uno, ci siamo trovati in tanti, in questo giardino dei ricordi, ognuno col suo pezzetto di storia condivisa, un sorriso, un abbraccio,  un sentimento, un legame che porteremo dentro di noi per sempre.

Ed io, ora, mi sento meno sola.

Vedrò campeggiare il volto di Claudio, nei prossimi giorni, sui manifesti affissi in città e so che li guarderò con commozione e col sorriso sulle labbra.

Ritorneranno piano, piano tanti ricordi, sapendo che da qualche parte, vicino a me, qualcuno li potrà e li vorrà condividere, con lo stesso sentimento, e magari mi potrà aiutare a ripercorrere ciò che io ho inconsciamente cancellato.

Per questi e altri motivi, ringrazio dal più profondo del cuore, tutte le persone che hanno lavorato egregiamente a questo progetto con passione, che si concluderà in tre appuntamenti importanti,  ma il mio grazie particolare è per Gianni Marconi, che per sua volontà e tenacia  il filo quotidiano dei miei pensieri, rivolto al nostro comune amico, ora, ha finalmente un capo e una coda.

Note

casenord


Ho visto un cane strappato al canile, avventarsi contro i finestrini dell’auto in cui era dentro, in modo così rabbioso, che  ho pensato a quanti maltrattamenti deve aver subito per diventare così. Non sono riuscita a guardare a lungo la sua rabbia e ho dovuto chinare il capo.

In auto, sono salita solo con la prima, percorrendo una stradina di collina ripidissima e dissestata, perché volevo finire dentro l’azzurro intenso del cielo, nel punto in cui ci si tuffava lei,  dato che non ne vedevo la fine. Lungo il tragitto, sulla destra, c’era uno slargo che affacciava su un costone; un luogo dove gli amanti vanno a fare all’amore perché in terra era pieno di fazzolettini usati. Il bel pensiero d’amore è fuggito al pensiero dell’incuria dell’uomo e del suo egoismo.

Ho amato e amo i cieli di aprile da sempre, perché portano un canto nuovo ogni volta nella luce che sa incantare come l’arcobaleno. I fagotti di nuvole cambiano forma come volute di fumo, l’aria bizzarra e frescolina, s’infila ovunque ridefinendo i contorni, anche quelli dell’anima.
Ieri l’altro, due coni di panna volteggiavano sinistri, come corde d’aquilone abbandonato, sotto un turbinio di masse acquose, scomposte, da presagio di fine del mondo. Per la prima volta ho avuto paura del cielo di aprile.

Ho visto Ciccio corrermi incontro con l’entusiasmo tipico dei cuccioli di cane. Mi ha fatto tante feste e mi ha riempita di peli corti e bianchi, forti come gli aghi di pino, conficcati nel  mio abito nero che ora sarò costretta a lavare prima di indossarlo di nuovo.  Lo hanno chiamato così perché sei mesi fa aveva la forma di una palla da rugby. Ora è snello con le zampe lunghe lunghe da risultare sgraziato ed esilarante al tempo stesso quando scarta in corsa perché non vuole mollare la pallina che ha in bocca. Le zampe turbinando all’unisono, sembra che si stacchino dal resto del corpo. Il nome giusto ora sarebbe Pluto. Un nome è per sempre e a volte capita di portarsi addosso il nome sbagliato per tutta la vita. Ma Ciccio pare non accorgersi di questo e continua a correre come un forsennato. Beato lui.

Mi sono alzata d’impulso, mentre stavo pensando ad altro. Sono corsa al cellulare e ho scritto ad un amico: ti voglio bene. Ho imparato che a volte non c’è tempo abbastanza, che a volte non lo diciamo abbastanza, che a volte ci vergogniamo nel dirlo, pensiamo che non sia creduto o che sia eccessivo o fuori luogo. Ho capito da tempo che è un terribile errore, di quelli per cui ci si pente poi, per tutta la vita.
 

Rubo questa magnifica poesia a Lino, che spero  non me ne vorrà.  S'intona molto bene coi cieli di aprile.

DI CITTA' E DI ALTRI GRANITI

Una città di granito rosa, sospesa
in brillìo con la nube che
sposta

ombra e luce di fiume e pietre
al posto dell’azzurro essiccato.

Barca sfibrata dalle piccole onde.

  E poi un albero, un altro, altri ancora
in terre riarse e pastose disposte su
quadri di gigantesche tele

E un’ala, metallica, planante
bocche e vite sospese alla potenza
continua dei motori.

E nei territori sorvolati
la bocca di leone orienta il suo giro
le calendule impiccano l’ape
al brusio confuso
di una promessa di miele.

Nella tela disposta a minuscola crepa
si rivela l’ordito, due orli stappati in diagonale
dal boccheggio dell’acciuga argentea
alla irregolare tenuta
del cuore
di un gabbiano, stremato.

Dove bava congiunge
radice di terra a rigurgito di nuvole
l' ombra circolare disegna
il solo spazio ch’io capisca :
la memoria dell' arto mancante,
un dolore fantasma.

Lino Di Gianni 3/ 10/ 2010

Saudek

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A lui piace Saudek. Gli piace la trasgressione, lo sguardo oltre la carne molle, oltre il grottesco di cosce troppo grosse,  rappresentazione decadente di un immaginario che serve per comprendere la realtà. Quella nuda.
Mi dice.

Lui che è giovane, terribilmente bello e non teme confronti ancora, dice anche di desiderarmi.

Ha una passione per Saudek, mi desidera, e me lo dice con tono di sfida. Percepisce le mie resistenze, come un cane da caccia fiuta la pista del cinghiale, e si butta all’inseguimento.

Lo guardo sfogliare le pagine lentamente, è forte come un dio dal sorriso sfacciato. Conosco quel profilo nervoso e sicuro,  quei lineamenti perfetti e completamente ignari: sono stata giovane anch’io. Ho paura ma al contempo sono tentata di farmi inseguire.

A lungo, nei dieci minuti della nostra relazione, tento di resistergli, di ergere muri geologici, di evidenziare sentieri che non potranno essere condivisi perché portano in direzioni opposte. Ma lui non vuole ascoltarmi, non ha un attimo di esitazione, nemmeno nell’abbraccio rivelatore: lui roccia e nervi, guizzo di sangue fresco, io, spiaggia tiepida al tramonto, carne morbida,  sangue racchiuso in un’ampolla, che non abbia a disperdersi. Alla mia età il sangue è meno infinito.

Mi piace Saudek, mi dice, alitandomi sugli occhi,  unica mia contrafforte di tenace resistenza. Loro non tremano, non cedono, non soccombono al peso delle paure e all’incedere del tempo.

Al contrario, come piccoli diavoli verdi, assorbono il fuoco dalla vita, conservandolo per scaldare i giorni giusti, e concedersi il lusso di sbagliare, ancora.

Che lui riesca a vedere anche questo in Saudek ora, tra le mie grosse cosce?

Che lui riesca a carpire tra le pieghe del collo, nell’eccedenza del ventre, nel cedimento dei seni, che lo sguardo non teme confronti? O vuole dimostrare a se stesso, che sa andare ben oltre l’artista, che lo scavalca  addirittura, nel cavalcare me, ora, con impetuosa passione?

Cosa vuole carpire dal mio abbraccio, che non sia solo misura del suo ardire?

Davvero può accontentarsi della dolcezza della  risacca al tramonto, di un’onda benevola che proviene da luoghi troppo lontani per tramutarsi in moto impetuoso e travolgente quando giungerà a riva?

Lui è bello, terribilmente giovane e bello e potrebbe sembrare un raggio di sole d’agosto, se lo guardassi distrattamente. Invece lo sto guardando da vicino, così vicino, da azzerare le distanze.

Potrei essere sua madre, portiamo gli stessi colori. Mi chiedo se per lui potrei mai sembrare un raggio di sole, guardata distrattamente. Di quale stagione?

Da tempo  giro con grandi cappelli perché il sole non mi bruci la pelle e mi proteggo sotto le grandi tese, quasi a nascondermi. Il suo amore per Saudek mi fa alzare il capo, e accetto la sfida. Anche a me piace Saudek, non racconta bugie. Supero il senso di grottesco e decadente che nel mio immaginario rappresentano le mie cosce, vado oltre l’artista, oltre lui, e soprattutto me stessa, mentre cavalco, assecondandola, l’onda impetuosa del suo desiderio. Non ho mai creduto che potesse essere così facile, come bere un bicchier d’acqua. Mi disseto anch’io. Alla fine pare che non ci siano feriti, né vinti, e a ben guardarci nemmeno vincitori, solamente, e per poco, per una strana coincidenza, i nostri sentieri si sono intrecciati.

Siamo all’ultima pagina. Chiudo il libro sull’opera di Saudek e lo ripongo in libreria. Lo custodirò con cura.

Indosso il cappello a larghe tese. Ho voglia di uscire e fare due passi. Mi volto, giro il capo a destra e a sinistra, ma lui, ovviamente, non c’è più.

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Jean Saudek

Nato a Praga nel 1935, autodidatta, visceralmente indipendente, messo al bando dal regime comunista, ha vinto le norme morali e le regole sociali in vigore per vivere la sua passione.

 

Attraverso la sua opera esplora la realtà ma con un linguaggio sopra le righe che lo proietta nell’onirico  e  nell’immaginario.  Attraverso gli scatti in bianco e nero (che dal 1977 inizia a colorare a mano) il suo potere di trasformazione del mondo reale, scava nell’animo umano. Egli crea delle fantasie scenograficamente molto curate per raccontare la sua verità e per renderla fuori dal tempo. I suoi nudi focalizzano spesso un erotismo grottesco e al contempo intrigante,  provocatorio e scatenante, sia nella forma che nel contenuto.

Il muro scrostato della umida cantina di casa sua, diventa la cifra stilistica di tutta la sua opera. Un muro che supporta l’umano pensiero, turbamento, sogno, delirio e si ripropone in tutta la sua forza espressiva.

Ossessionato dal tempo, dall’invecchiamento, dalla perdita della bellezza, Saudek si mette a nudo fino a raggiungere un’intimità sconcertante. Lucido, impulsivo, eccessivo. Le modelle sono spesso conoscenti, amiche, la moglie è spesso ritratta, mentre l’unico modello è se stesso. Ritiene gli uomini troppo impacciati davanti alla macchina fotografica.  Creatore underground a lungo condannato alla marginalità dalle autorità, Saudek è ormai riconosciuto nel panorama artistico mondiale. Non sempre è soddisfatto delle sue foto, ma ammette che se le vedesse fatte da altri, sarebbe terribilmente invidioso.

Superato il primo impatto, spesso sconcertante, ad un esame attento dell’opera ci si accorge che  un colore, una forma, un gesto, un oggetto, delle sue composizioni ci appartiene e ci si riconosce. In questo credo, alberghi la grandezza di questo artista.

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Come le maree

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(Teodoro)

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Ci sono persone che si palesano piano, e leggere, con garbo, si aggirano tra le cose e gli altri, così silenziose che parrebbe che non ci siano: il letto quasi intonso, la tazzina appena spostata, le loro cose sistemate a lato, che non intralcino il cammino altrui.

Non sprecano e consumano poco di tutto, anche l’acqua che hanno utilizzato, pare non abbia bagnato al suo passaggio, e poche gocce sono rimaste a testimonianza.

I gesti sono calibrati per non invadere l’umanità altra e sono pronti a votarsi all’accoglienza e a concedersi nella fiducia.

Il loro parlare è pacato, a filo di voce, che a volte stenti a sentire, eppure ne percepisci la grande forza perché gli occhi non tremano mai e mai si volgono altrove. Scopri che vigilano da tanto tempo sul mondo, quello che amano e quello che non amano. Anche ora, incessantemente, scrutano nei gesti e scovano nelle parole e viceversa, un segno, un messaggio che valga la pena di essere raccolto e coltivato.

Sono persone così, che in apparenza non lasciano tracce di loro, quasi invisibili ad "occhio nudo", eppure se vanno via, lasciano un grande vuoto, colmabile solo dalle loro parole a flebile voce che portano la forza di credere ancora. Con tenacia, senza sosta, malgrado la fatica a volte schiacciante. E trasportano ovunque vadano, un bagaglio di urgenza di fare qualcosa per dare voce a chi è muto, occhi a chi è cieco, orecchie a chi è sordo. E condividere. E’ la loro febbre di vivere.

Non amo il lusso io, io amo il mare. Non invidio chi possiede cose, ma chi possiede la forza del mare, sì.

Il contenere ogni cosa come il mare, e come il mare restituire anche un dolore se inevitabile. Come il mare bagnare le sponde che si amano e quelle che non si amano, perché non si può sottrarsi al destino. Lottare con la stessa  costanza della risacca e delle maree, dall’alba, al tramonto, ogni giorno di ogni anno, in bonaccia e in tempesta, in ogni stagione della vita.

A queste persone va tutta la mia ammirazione e la mia stima.