Finestre

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Cavazzone di Elis Bassi

Le ho cambiate tutte, le finestre intendo.
Ho fatto bene, benissimo direi. Una bella spesa, eh sì, così a norma come sono… rispettano i parametri più elevati di isolamento acustico e termico, non costano certo due euro. Se ci si deve bagnare…come si dice dalle mie parti. Una spesa necessaria ed utile, ora non patisco più quel freddo che mi congelava la punta del naso e delle dita di mani e piedi dopo due secondi dallo spegnimento dei termosifoni.
Convivo da anni col teleriscaldamento centralizzato, tra gioie e dolori, in una palazzina di dodici appartamenti: modificare anche di mezz’ora l’orario di accensione/spegnimento dell’impianto è sempre stato talmente faticoso che preferivo girare imbacuccata come l’omino Michelin. Ma ora non temo temperature polari, micro correnti antartiche ad altezza caviglia, blocchi improvvisi di erogazione dell’acqua calda. Adesso, dentro il mio appartamento, chiuso in modo quasi ermetico, mi coccolo nel calore accumulato, anche per un paio d’ore successive la chiusura dell’impianto, con buona pace dei miei attacchi di cervicale e del portafoglio; sono stati installati pure i contatori per ogni termosifone, così pagherò per l’ottanta per cento il mio consumo e non quello collettivo. Quante finestre ho visto negli anni, spalancate in pieno inverno con la scusa delle pulizie domestiche!
E poi le vecchie finestre, per quanto si siano comportate in modo egregio in quarantacinque anni di onorato servizio, erano quanto di più vetusto, antiecologico ed antieconomico si potesse immaginare col monovetro sottilissimo che vibrava ad ogni battito di ali di passero. Se si pensa che i passeri sono stati soppiantati anni or sono dai merli, che a loro volta sono stati sterminati dai corvi, è intuibile in quale caos di hitchcockiana memoria mi sia trovata ogni tanto, quando i “ragazzi” dal tetto del palazzo di fronte, scendevano sul mio balcone. A far cosa non mi è dato saperlo, ma questo è, e se mi avvicinavo al vetro, scostando le tende per vedere cosa combinavano in due o tre sulla ringhiera, mica scappavano, mi guardavano male, come solo i corvi sanno fare, come per dire: che accidenti vuoi da noi?
Per non parlare della signora del condominio di fronte, ancora incapace di mettere l’auto in garage in tempi inferiori al lustro e del marito che sale e scende dall’auto con tanto di sbattuta di portiera per asciugare la vettura con uno strofinaccio, prima di metterla in garage. Peccato che lo faccia rigorosamente col motore acceso, in ogni ora del giorno e della notte, anche sotto la pioggia, per cui questa operazione definibile alquanto bizzarra per non dire un filino patologica, può richiedere ore.

Ora, a poco più di un mese dalla sostituzione delle finestre, il mio pensiero è rivolto unicamente ai piccioni (vorrei comprendere come hanno fatto a sopravvivere ai corvi) perchè hanno una capacità cacatoria inimmaginabile e su questo le mie finestre nuove non incidono per nulla. Della signora driver non ne so niente perchè non devo più subire ore di vane manovre e nemmeno sento più il di lei marito asciugatore, sicuramente iscritto al Clubpelledidainoforewer.
Lo so, verrebbe da chiedere:perchè non l’hai fatto prima? E’ vero, ma ogni cosa richiede il suo tempo e il suo spazio per maturare, come un amore che per sbocciare ha dovuto attendere trent’anni, ics sbattute di portiera asciutta e ipsilon sbattute di portiera bagnata, anni di battito d’ali di varie dimensioni, nasi, mani, piedi congelati da temperture siberiane, delusioni cocenti, dolori immensi.
Poi un giorno mi sono svegliata e non ero più sola e ho avuto la certezza che con tutte le finestre sarebbe cambiata anche la mia vita.

GRAZIE A TUTTI

Vita nuova?
 

Si chiude un capitolo, se ne apre un altro?

 

Così è la vita, tutto si trasforma, nel bene e nel male. Mentre salutavo un'amica di qui dentro, con la quale per una stagione della vita ho condiviso cose molto divertenti, pensavo con tristezza che sto per lasciare, ancora, un po' di cuore, proprio qui, che lo consideravo, stupidamente un luogo eterno.
Eppure avrei dovuto imparare da tempo che di eterno non c'è nulla…

Ho conosciuto persone magnifiche, sotto tutti i punti di vista, alcune si sono concretizzate materialmente le ho potute toccare, annusare. Altre sono rimaste uno scambio epistolare, un pensiero, ma così forte nella mia testa, da accompagnarmi in tanti gesti del quotidiano e questo significa essere importanti.
Vorrei salutarvi uno ad uno e dedicarvi un pensiero, ma non vorrei dimenticarmi qualcuno e nel rischio preferisco salutarvi tutti insieme.
Solo Carlo e Primo, figure fondamentali di questo pianeta e che non sono più tra noi cito volutamente, per condividerne con voi la memoria.

Voglio che sappiate, che ognuno di voi per me ha rappresentato tanto, tantissimo, che siete stati importanti, a volte fondamentali per farmi sentire viva e partecipe di un tutto che a tratti mi è stato ostico. Mi sono sentita protetta, amata, seguita, voluta bene, considerata.
E' stato bellissimo e vi ringrazio dal profondo del mio essere.

Vi lascio con l'immagine del mio cuore di pelo, colei che diede vita al mio nick perchè Sgnapis era il nome con cui la chiamavo a volte.
Sono certa  che ci incontreremo altrove, ma se  non dovesse accadere, rimarrete per sempre con me.

Grazie
SgnapiSilvia

                                                                                     
                                                                http://sgnapisvirgola.iobloggo.com

                                                                                    Arrivederci….
 

sgnapis2

ECCELLENTE

Ricordo agli amici di passaggio:

MICROCENTURIE 

Inoltre su segnalazione di LINO ho partecipato a questa bella iniziativa:Racconti on air di Barbara Garlaschelli e Basilio Santoro

Racconti letti per radio alle 6,15 di mattina, quando per alzarmi mi occorrono le cannonate:)
Cannonate o non cannonate, l’idea è molto bella secondo me, e poi loro sono davvero bravi.

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Tonia pulisce meticolosamente il piano del bancone del bar. Le serve per prendere tempo. Alza il vassoio pieno di bustine di zucchero e con gesti lenti e circolari toglie ogni granello caduto, elimina ogni alone lasciato dalla spugnetta umida. L’acciaio risplende in controluce. E’ ancora presto, il locale è quasi deserto e la macchina del caffè da poco è  in giusta pressione. Lo stridio dei freni annuncia l’arrivo del tram, alla fermata davanti alla vetrata sulla destra. Gianni, l’autista, le fa un cenno con la mano, Tonia sorride. Sono anni ormai che si salutano così.

Anche il giorno si alza molto lentamente, svelando il grigio cupo dei palazzi che circondano la piccola piazza della stazione. Tra poco il bar sarà pieno di clienti assonnati ma frettolosi, i treni verranno annunciati uno dietro l’altro, i fischi lanciati dalle locomotive si alterneranno al vociare sempre più caotico man mano che i minuti passeranno, e i vassoi di croissant caldi, verranno presi d’assalto.

Ma ancora per un tempo breve, nella piccola stazione di provincia, la frenesia del vivere lascerà il posto alla lentezza del risveglio e al ritardo dei gesti. Chi vorrà ,potrà concedersi l’ultimo pezzetto di sogno.

Assorta nei suoi pensieri, Tonia fissa un angolo in fondo alla sala. Tra pochi minuti lui arriverà, puntuale come ogni mattina, attraverserà tutta la stanza e si siederà a quel tavolino in fondo, che rimanendo sempre vuoto, pare che aspetti proprio lui. Arriverà, si siederà, e appoggerà il solito quotidiano, dopo che con gesti misurati ed eleganti, avrà sbottonato il cappotto color blu scuro, o grigio, a seconda dei giorni. Vestirà un completo di taglio raffinato e di colore sobrio, la camicia sarà bianca e la cravatta sarà in tinta con l’abito. I capelli, corti e corvini, saranno pettinati all’indietro, lasciando scoperte grandi orecchie e un collo robusto che a lei piacciono tanto. Sulla sedia alla sua destra, metterà la valigetta a soffietto in cuoio nero e a quel punto, solo a quel punto, alzerà lo sguardo verso il bancone, e lei sarà pronta a intercettarlo. Un brivido le corre lungo la schiena a pensare a quello scambio. Per l’emozione, se non sta attenta, rischia di far cadere la tazzina che un cliente ha appoggiato poco prima. Con un piccolo cenno della mano, lui ordinerà il solito: toast al formaggio, bicchiere d’acqua naturale fuori frigo, e a seguire caffè macchiato caldo. Poi spiegherà il quotidiano come un gabbiano spiega le ali in volo e sparirà dietro le pagine stampate. A  quel punto saranno solo i loro gesti taciti e  consueti a fare da tramite.  Lei taglierà cinque fette di taleggio sottili perché possano  sciogliersi bene, le disporrà a ventaglio tra due fette di pane croccante e ambrato che prima avrà tostato, riempirà un grande bicchiere con acqua naturale e dopo aver messo tutto su un vassoio, con passo lesto si avvicinerà per servirlo. Lui scosterà il giornale, accennerà un sorriso senza alzare il capo,  che lei contraccambierà comunque mentre disporrà piatto e bicchiere. Girerà i tacchi e tornerà al banco, controllando con discrezione i suoi gesti, nell’attesa che lui alzi di nuovo la testa e faccia segno per il caffè: 25 gocce perché la miscela renda il meglio, sommerse da un dito di schiuma di latte intero, densa come il cotone. Lei porterà svelta il caffè, perché va bevuto caldo, e tornando, lo aspetterà alla cassa per lo scontrino, coi sensi scombussolati, ogni volta, dal profumo del suo dopobarba. Lui, bevuto il caffè, ripiegherà il quotidiano per  bene, prenderà la valigetta, e incamminandosi a lunghi passi verso la cassa, estrarrà il portafoglio dall’interno della giacca. Arrivato davanti a lei, le porgerà i soldi. Lei  batterà il solito scontrino, quattro euro e venti e sorridendo darà il resto. Lui prima di andarsene, dirà: eccellente. Questo  unico apprezzamento, accompagnerà lei per tutto il giorno e anche la sera e forse chissà, anche in sogno, come un faro luminoso nel grigiore del quotidiano.

Lui non porta la fede e pare che non abbia nemmeno il cellulare.

Tonia sospira, mancano pochi minuti ancora, prima che arrivi. Intanto sparge un po’ di cacao su due cappuccini per il  tavolo 7.

 :-Antonia, Tonia, Toniaaa! Carla, la sua socia, la guarda con compassione e un tantino di derisione. Ti decidi a vuotare la lavastoviglie, non ci sono più tazzine! Tonia si è già pentita di averle confidato la sua segreta passione. Adesso ogni mossa maldestra, ogni cosa che le cade dalle mani, o che si dimentica, è causata da questa infatuazione. E se  anche fosse vero? Da un paio di giorni lo sa pure  Maria, la donna delle pulizie, che infatti è già nella sala che fa finta di spazzare il pavimento e vuole gustare da vicino la scena dell’entrata. Che ci sarà di così divertente? Pensa Tonia infastidita.  Ed eccolo arrivare infatti, preciso come sempre, indossa il  cappotto grigio. Tonia ha un sussulto, e i rumori in sala si azzerano, lo segue con lo sguardo, non lo abbandona un attimo, mentre le altre due cominciano a ridacchiare e a scambiare segni d’intesa. Come sono sciocche, pensa.

:-Tonì, ma che orecchie grandi ha… Per sentirti meglio? Le chiede Maria  a bassa voce, passandole vicino, mentre Tonia sta preparando il toast.  :- Però non ti guarda mai…E poi si veste da vecchio, invece avrà poco più della tua età! Tonì, è un signore, sì, ma che ci trovi? Non è poi così bello!

:-Taci Maria, adesso stai zitta per favore…risponde con un filo di voce Tonia. Confusa e contrariata, si allontana col vassoio in mano. Carla che sta lavando un bicchiere, fa cenno a Maria di lasciar perdere, ne parleranno dopo.

Mentre Tonia si volta per appoggiare il caffè sul vassoio, si accorge che Marino l’edicolante, fermo all’entrata del bar, ammicca a Maria che gli indica in modo sfacciato il cliente seduto là in fondo. Anche Carla annuisce sorridendo con sguardo d’intesa.  No! Adesso lo sa anche Marino? Tonia è davvero arrabbiata, così tanto, che non sente nemmeno il profumo del dopobarba che di solito la scombussola tutta.  Non sorride e non bada nemmeno se lui scosta il giornale, e appoggia il caffè sul tavolino con gesto automatico poi ritorna  dietro al bancone del bar.

Lo attende in piedi alla cassa, come ogni mattina.  Batte lo scontrino: quattro euro e venti. Prepara il resto e glielo porge senza nemmeno guardarlo, tanto anche lui non la guarda mai.

Non sembrava così importante questo, ieri.

Eccellente lui dice, e fa un piccolo gesto di saluto col capo, prima di andarsene. Come sempre.

Eccellente non  potrà più essere, pensa Tonia, non per me, non così.

E’ furente anche con lui. Non si è accorto che qualcosa è mutato per sempre, che   i loro gesti di perfetta e tacita sintonia hanno perso  la loro segreta intimità, che non potrà più rivolgergli lo stesso sguardo attento, senza che venga spiato, deriso, o peggio, denigrato.  Come avrebbe potuto accorgersene lui, che non alza mai lo sguardo e che probabilmente non ha nemmeno notato il suo nuovo colore di capelli?  Ma fino a questa mattina, a lei andava bene anche così. Era affare loro.

Eccellente. Eccellente non sarà mai più.  E’ furente anche con se stessa.

Si allontana dal bancone, entra nello spogliatoio  dietro l’angolo, vicino alla toilette, indossa cappotto e cappello, mette a tracolla  la sua grande borsa ed esce senza dire una parola.  Se avesse coraggio abbastanza…Invece attraverserà la piccola piazza e andrà al parco a fare una passeggiata. Da dietro le arriva la voce petulante di Maria, che la chiama inutilmente.

 

 

Anfri

 

 

Senza nome1

Tac-tac-tac,  tre colpi secchi per compattare il tabacco appena rollato. E’ un’arte.  Felice è appoggiato alla colonna vicino all’ingresso del Cinema Corso, col capo reclinato e quasi totalmente nascosto dal Borsalino grigio scuro. Il bavero del cappotto è alzato, fa molto  freddo.

 

Brenno come ogni  mercoledì,  torna dal turno in fabbrica a cavallo della sua  rossa  bicicletta e lo guarda  mentre gli passa accanto:- Ehi Anfri, anca sta’ sìra  ‘nà morosa nova?(1)

Felice gli fa un cenno con la mano e alza le spalle sorridendo.

Brenno è un vecchio amico d’infanzia che gli vuole molto bene. Fu lui ad aiutarlo a cercare Silvia, la sua fidanzatina, dopo il  bombardamento del giugno del ’44. La trovarono morta, senza un graffio, riversa su un tavolo della Bocciofila, forse un colpo al cuore per la paura.  Fu Brenno ad aiutarlo a seppellirla, a confortarlo nei giorni e nei mesi a seguire, quando lui, dalla disperazione, voleva andare coi tedeschi. Brenno e sua moglie, l’Alina, in quel periodo lo invitarono tante volte a casa loro, a pranzo e a cena, tanto che sua mamma Bruna gli chiedeva se sapeva di avere ancora una madre al mondo. Ma anche se a sua madre Felice ha sempre voluto bene, era con Brenno e Alina che  riusciva a parlare di nuove prospettive di vita, di viaggi in America, e chissà, in futuro, anche un nuovo amore.  Sono passati anni, da allora. Ora è da un po’ che non va a cena da loro, l’Alina è all’ottavo mese di gravidanza e si stanca presto con altri due figli e il marito da accudire.

 

Tac-tac-tac ancora tre colpi secchi per compattare il tabacco.  Una bella boccata piena e le volute di fumo, fuoriuscendo sinuose da sotto la tesa del cappello, si perdono in alto velocemente.

:- Anfri, ‘stà sira l’è la volta d’là Sofia? (2)
Ennio, il custode del palazzo di fronte al cinema, ogni sera alle dieci  in punto, prima di andare a dormire, esce per guardare chi c’è in strada, e controllare che sul muro del palazzo non ci siano scritte pericolose. Fu lui ad essere picchiato perché qualcuno scrisse nell’ingresso:- L’ENNIO E UN FASISTA!!

Lui non fu mai fascista, nemmeno partigiano. Ennio non fu mai niente, ma questo, quel giorno, lo pagò  quasi con la vita. La guerra ti scova, anche se vuoi essere invisibile.

Non è suo amico, ma non si nega il saluto a nessuno, così gli ha insegnato la Bruna, per cui Felice gli fa un cenno di assenso col capo.

:- Mè a preferès la forastèra, com l’as-ciàma? La Ingrid. Colà sé c’l’è boùna! (3)

Esclama Ennio prima di girare sui tacchi e rientrare nell’androne, alzando il braccio in forma di saluto.

:- Eh no! Esclama il dottor Fanti, che nel frattempo è uscito dal bar, : La mè preferida l’è seimper la Gina, belà c’me’l sol! (4) – Dai Felice, perché non vai anche tu in America a fare un bel viaggio?

Gli chiede sorridendo, dandogli una pacca sulla spalla.

:- E smettila di aspettare  che escano le attrici del cinematografo! Non possono uscire dallo schermo, quelle rimangono lì, anche per il giorno dopo e quello dopo ancora. Vai alla balera sabato sera e cerca una ragazza che ti piaccia e chiedile di uscire. Felice, Felice, ti voglio sposato entro la fine dell’anno!

Il dottore del paese, sorridendo, si allontana con passo deciso, fino a scomparire nel buio della piazza.

 

Tac-tac-tac tre colpi secchi per compattare il tabacco. Sofia e Gina e Ingrid non potranno uscire nemmeno questa sera, e nemmeno domani sera e mai.

Anfri in cuor suo, questo l’ha sempre saputo, ma era una buona scusa per continuare a sognare e non soffrire più. Questo avrebbe voluto rispondere al dottore, che la fa così facile.

Magari, glielo dirà un’altra volta.

Nella fioca luce dei portici, echeggiano le note storte del violino dell’insonne Marino, il fornaio, che avrebbe voluto diventare come Paganini. Lui e Marino in fondo sono molto simili, storti alla vita, come le note del violino.

Felice accende la sigaretta e un bagliore di fuoco illumina la punta del naso aquilino. Tra poco finirà la proiezione e potrà tornare  a casa.

La Rosa lo guarda dalla finestra là in alto, scuote la testa e pensa:- Pòver fiol…

 

 

 

 

(1) Anfri, anche questa sera una fidanzata nuova?

(2) Anfri, questa sera è la volta della Gina?

(3) Io preferisco la straniera, come si chiama? La Ingrid. Quella sì che è bella!

(4) La mia preferita è sempre la Gina, bella come il sole.

 

Mosconi

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Ho il tavolino dei ricordi, ora.
Non l’ho mai voluto, perché guardare le fotografie dei defunti mi metteva a disagio, e per reazione mi estraniavo.
Si cambia o semplicemente ci si abitua. Ci si fa una ragione, come tutti  dicono, o diventa necessità quando non rimane altro.
Il tempo, vedrai, aiuta a superare tutto, a lenire, forse a dimenticare…E tutte queste cose che  penso siano idiozie. Il tempo muta i ricordi, come mutiamo noi, ma non si dimentica.
Ogni cosa può essere ripescata come una vecchia tovaglia sepolta nel baule del corredo di nonna, basta avere voglia di salire in solaio.
Il tempo.
Avanti e indietro, ora legale, fuso orario, messa a punto, cronometro e lancette.
Tanto, dentro, è sempre un’altra cosa, e ciò che dicono orologi, calendari, cieli astrali e transiti planetari, col nostro tempo, spesso non hanno niente da spartire.

 

Ho il tavolino dei ricordi anch’io, ora.
E' rettangolare, non tanto prezioso come quelli che vedo in giro, è di ciliegio, arte povera, ma di discreta fattura.
Le cornici delle foto non sono né  d’argento, né d’oro. Sono cornici dozzinali, ma non ci metto mano per personalizzarle che poi mi verrei a noia.
Ci sono solo io qui dentro. E il tavolino, adesso.
Nelle foto ci sei tu amore mio, la Cleo, il Chicco, e io da bambina, coi miei, nella sala di posa del fotografo, e al mare sul moscone numero 8.
Adoravo i mosconi a remi. Chissà perché si chiamano così. Sarà per via della loro strana fattura che con un po' di fantasia, può ricordare i fastidiosi insetti.

 

Immergevo i piedi nell’acqua, mentre babbo remava per guadagnare il largo.
E mi diceva tra una vogata e l’altra: -Tieni su i piedi Silvia, altrimenti fai attrito e io faccio più fatica.
Allora, sdraiata sul piano di legno fatto a listelle, tenuta stretta da mamma, immergevo la piccola mano, che essendo così piccola, non avrebbe fatto tanto attrito e arrecato fatica al babbo. La piccola mano no, e poi tenevo le dita aperte, aperte.

 

Seduta sul bordo del letto guardo le foto come se osservassi  il mondo dietro il finestrino di un treno. A me i treni con gli scompartimenti piacevano assai di più di quelli di adesso, che sembrano tutti tram genericamente caotici, e mancano di confusione da intimità.

 

Così, guardando una foto, mi perdo seduta su un treno che sembra un tram e che marcia un tempo a ritroso.
E mi chiedo come mai, noi tre che siamo vivi, stiamo così bene lì con voi che siete morti.
Forse perché i mosconi non so nemmeno se esistono ancora, forse perché i miei piedi e le mie mani se hanno fatto attrito poi, lo hanno fatto in altri mari.
Mai più solcati da quel moscone numero 8.

La gabbia

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Simone Lelli - CuriositàCuriosità

(Simone Lelli)

In mezzo a due auto affiancate, in fondo al parcheggio quasi deserto del supermercato, c’è una coppia di mezz’età che sta parlando fitto, fitto. I due si guardano negli occhi, i corpi sono tesi, le mani di lei, aperte, si alzano e si abbassano ad un ritmo che non fa presagire nulla di buono. Lui è immobile, un po’ curvo, è molto più alto di lei. Hanno l’aria di essere due amanti in pieno litigio. Distolgo lo sguardo per educazione.

Giro di poco il volante ultimando il parcheggio dell’auto. Poco distante c’è una vecchia Bmw station wagon in pessime condizioni piena zeppa di cose, tutte ammassate. Pare un miniappartamento  con un grande bisogno di pulizia e di ordine: un paio di mutande è in cima ad un  ammasso di abiti,  stipati sulla metà del sedile posteriore. L’altra metà è impegnata da una coperta appallottolata  che ha l’aria di non vedere l’acqua da molto tempo, e un cuscino.

Stanno abbassando alcune saracinesche del supermercato, mi affretto e schiaccio il telecomando della chiusura centralizzata, lo sguardo  cade oltre il finestrino anteriore del passeggero della Bmw.

Sul sedile c’è una gabbietta rettangolare, nascosta quasi totalmente da una coperta, per quel che riesco a vedere, rimane fuori solo uno spigolo in alto, dall’altra parte. Chissà cosa c’è dentro, mi chiedo, un piccolo animale penso, un uccellino forse, anche se non sarebbe la gabbietta adatta.

Dopo una decina di minuti sono di nuovo all’auto. Tre pomodori, un gambo di sedano, una confezione di  latte parzialmente scremato, maionese, e una bottiglia di Pinot grigio, suddiviso in tre clienti: i soliti ritardatari.

Stanno chiudendo il piccolo centro commerciale. Gli altri due inforcano la bicicletta e si allontanano velocemente.

Mentre salgo in auto, riguardo lo spigolo della gabbietta, combattuta tra il timore che dentro possa esserci un animale bisognoso di cure, sono condizionata dallo stato della vettura, e il profondo disagio che mi arrecherebbe fare la ficcanaso, l’andare a spiare dietro un finestrino un’intimità non celata per indigenza. Se l’auto non fosse in queste condizioni, mi farei gli stessi scrupoli?

Metto in moto. Devo andare dall’altra parte del viale, in videoteca, a rendere Valzer con Bashir, interessante film d’animazione sul massacro di Sabra,  e poi proseguire verso casa.  Mentre mi appresto a scendere le scale della videoteca, osservo da questa posizione elevata se  nel parcheggio c’è ancora in sosta la Bmw. Ci sono gli alberi fronzuti che  coprono la visuale e non la vedo, nemmeno se mi sposto di lato. Non potrei perdonarmi però di aver lasciato un animale sofferente privo di soccorso, mi conosco.

Rientro in auto. Metto in moto. Decido di andare a casa, in fondo non sono affari miei.

Arrivo all’immissione  sul viale principale e anziché mettere la freccia a sinistra, come dovrei, con gesto fulmineo sterzo di poco,  attraverso il viale e rientro nel parcheggio del supermercato. C’è poco traffico, mi sono permessa una manovra  contromano. Parcheggio.

Anche la coppia litigiosa non c’è più, sono sola.

Scendo e mi avvicino alla Bmw con passo incerto e con un pò di apprensione: cosa farei nel caso ci fosse un animale in difficoltà? Troppo tardi, sono davanti all’auto e guardo dentro.

Dalla parte dell’autista è visibile tutta la gabbia per intero, con un lato completamente scoperto.

Due occhioni verdi, tondi e limpidi mi fissano senza espressione. E’ un gatto, piccolo, tigrato, rosso. Pare ben curato e nutrito e per nulla spaventato, non miagola. Mi fissa, bello e immobile.

Sorrido sollevata. Risalgo in auto, sperando che gatto e padrone possano trovare presto una sistemazione decente.

Finisco di leggere le ultime due righe di una pagina di un libro,  prima di spegnere la luce e dormire.

E’ notte fonda e un’arietta fresca entra dalla porta a vetri scostata. Il pensiero va agli occhi del micio rosso dentro la gabbietta e al padrone di quella "casa", che non ho  incrociato. Mi piace pensarlo accovacciato nel grenbo di colui o di colei che gli ha dato dimora. Ignaro, in attesa del nuovo giorno.

VICINI

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Ritratti

 

 

Era un omone di  circa settant’anni.

 

Ogni mattina, puntuale, lo incrociavo in strada mentre andavo a prendere l’auto  parcheggiata a metà via.  Lui si recava dalla parte opposta, all’edicola situata in fondo, all’inizio del parco.

 

Era ben vestito e curato, indossava sempre un cappello a tesa larga, e procedeva impettito, con le mani dietro la schiena e il  ventre prominente di cui pareva andare fiero. Rimasto vedovo giovane, con due figli piccoli, non lo vidi mai in questi anni assieme ad un’altra donna, anche se presumo che le occasioni non gli siano mancate, poiché era un uomo molto piacente.

 

Di sicuro nel suo condominio rivestiva la carica di capo-condominio, colui che ha l’arduo compito  di fare da intermediario tra i condomini e l’amministratore, oltre a seguire eventuali lavori di ristrutturazione. Lui seguiva così attentamente i lavori di manutenzione e ristrutturazione, che discuteva spesso animatamente con gli operai del cantiere. Sentivo il suo vocione stando in casa. Sembrava uno che sapesse il fatto suo.

 

Lo incontrai ogni mattina, per molti anni, e mai una volta , mai, che mi degnasse di uno sguardo.

 

E non ho mai saputo perché.

 

Come mi superava, ecco che appariva tra la fitta siepe l’Adria, sua coetanea che spazzava il cortile di casa e lui galante alzava il cappello. Più avanti l’Irene, moglie del dentista, che aspettava sulla soglia del cancello che arrivasse la donna delle pulizie, altra alzata di cappello. Per Gianni una battuta cameratesca e una risata le esternava sempre.

 

Con me: un palo.

 

Forse perché mi sono sposata due volte e a suoi occhi ero donna di dubbia moralità. Vai a sapere!

 

Da principio la cosa m’indispettì, poi col tempo divenne quasi simpatica, come una forma di distinzione. Non temendo il suo giudizio, in fondo non gli feci mai del male e non gli arrecai mai offesa, quantomeno volutamente, mi pareva che mi riservasse così un’attenzione particolare.

 

Ed era vero.

 

Con me doveva sforzarsi di non guardarmi e di non sorridere. Per contro, non ho mai abbassato lo sguardo, anzi, ho sempre cercato il suo, invano. E mentre mostrava la chioma scura, alle gentili signore che animavano la via, avviavo l’auto e mi allontanavo perdendo la prima sfida della giornata.

 

Mi accorsi che era un po’ in effetti che non lo incrociavo, l’ultima volta che lo vidi, oltre due mesi fa. Molto, molto dimagrito, col passo incerto, aggrappato al braccio del figlio. Sempre con lo stesso cappello, ma non indossato come una bandiera, calato invece a nascondere un volto certamente sofferente. Arrivare all'edicola fu un'impresa.

 

Lo osservai muoversi dentro il cappotto troppo grande,  quasi offensivo nel ricordare ciò che era.

Avrei voluto abbracciarlo.

 

Le finestre del suo appartamento sono chiuse da molti giorni ormai, senza segno di vita. Tutte pulite, come la terrazza, vuota.

 

Sul cancello del condominio è appeso un cartoncino arancione con scritto Vendesi appartamento con un numero di cellulare e regolare marca da bollo.

 
 

Non saprò mai perché non mi salutava.

A volte, mi scopro che lo cerco con lo sguardo.

L’uomo dei palloni

palloni
Giannaaaaaaaaaa
Sì Stefano che c’è?
Ciao Gianna, ciao. Ti voglio regalare un pallone.
Davvero? Quale?
Questo rosso!
Bello. E tu cosa vuoi in cambio?
Una caramella.
Non ho caramelle oggi. Va bene un cioccolatino?

Tieni. Però non voglio il tuo bel pallone perché ne ho tanti e non so dove metterli. Facciamo un’altra volta.
Va bene. Mi dai un altro cioccolatino?
Goloso… Non mangiarlo subito però!

Silviaaaaaaaaaaaaa
Ciao Stefano
Ti regalo il mio pallone rosso. Mi dai una caramella?
Sì Stefano. Aspetta che guardo sul comò dell’ingresso. Miele o arancio?
Tutte e due!
Però non voglio il pallone anche se è davvero bello. Non saprei come fare a portarlo in giro. Ma quanti ne hai adesso?
Venti
Davvero? Li contiamo insieme?
Uno, due,
tre,
quattro, cinque,
cinque,
sei…Sono diciannove Stefano.
Estrae dalla tasca  destra dei calzoni lisi una pallina da ping pong un po’ ammaccata.
Ride forte. Anch’io.
Che sciocca sono stata a dubitare della sua risposta.
Torno domani. Ciao.
Si allontana così col suo sorriso sdentato e il suo carico di palloni dal quale non si separerebbe mai, Stefano.  Il cioccolatino e le caramelle le ha già mangiate.
Batte ad ogni finestra amica col suo carico di baratti raccolti in una grande rete, e la dolcezza di chi non sa di possedere niente altro. Ma forse a Stefano  non interesserebbe possedere di più. Visto da lontano pare una chiocciola gibbosa e multicolore che non lascia scia. Visto da vicino il suo volto si mescola ai colori dei palloni, compresa un’allegria di bambino, malgrado l’età avanzata.
Un volto, quello di Stefano, che migliora l’umore di chiunque; basta osservarlo il tempo dello scarto di una caramella. Lui adora le caramelle. Basta poco a Stefano per farci comprendere tante cose.

Da molto tempo ormai, nessuno batte alla mia finestra e mi chiama dalla strada.

Silvia, perché non butti queste vecchie caramelle?
Perché no.

Infradito

stael_sicile_1953

(Sicilia – Nicolas De Stael)
suggerito da Arfasatto in Stanze all’aria


Cammino con lentezza sullo stretto marciapiede, nel caldo torrido di questo assolato pomeriggio. L’aria ferma profuma di sale marino e punge la pelle arrossata.  Lo sguardo abbassato, nascosto dai capelli e dagli occhiali neri, osserva l’alternarsi dei piedi ornati da grandi margherite  incollate  in punta agli infradito, sinistra, destra, sinistra, destra… la gonna ampia e leggera scivola sui fianchi, ondeggiando di poco.
Silenzio.
Solo l’incedere lascia una lieve traccia strascicata, subito soffocata dal calore sprigionato dall’asfalto, nastro nero tra le file di bianchi muri che fiancheggiano la via principale del paese.
Ogni tanto mi sposto di lato per non prendere contro ai piccoli scuri, scostati di poco, color verde bottiglia, dai quali esce leggera aria fresca di interni in ombra, silenziosi nel riposo domestico.
Un piccolo cane randagio mi precede, siamo solo noi a percorrere la strada verso il mare.

Eppure in questo immobilismo, percepisco che ogni persiana cela un occhio scrutatore, una crocchia fermata da forcine a u, mani sapienti di far pane e uncinetto, berretti calati sulla fronte, la cui visiera blocca l’ascesa del fumo di una sigaretta o il diffondersi dell’aroma  del caffè dopo pranzo.

Qui tutti sanno il mio nome e io non mi sono mai presentata.

La via è lunga e dritta e le piccole case col tetto a terrazza, una attaccata all’altra, sembrano zollette di zucchero. Pochi fiori ad arricchire tanto candore, e questi, coraggiosi come piccoli soldati, dritti e variopinti,  decorano questo paesaggio del sud, in cui tutto sembra ingessato.
Anche il bar, all’inizio del paese, non ha avventori e il barista sembra non essere mai esistito.
Il piccolo cane color biscotto è già una figuretta indistinta sullo sfondo delle saline.