Nel mio cuore sui piedi gonfi…

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Ora cammino con scarpe basse per via della nuova cura per l’ipertensione che mi gonfia i piedi. Addio alle mie scarpine coi tacchi che evidenziano la sottile caviglia, fino al alcuni mesi fa, ovvio, addio agli stivali con la cerniera che fasciano il polpaccio, addio ai sandali coi cinturini intrecciati. In estate mi hanno detto che sarà anche peggio, forse  dovrò interromperla questa cura.

La interromperò.

In estate sarò spesso a Ponzò.

Io adoro Ponzo’ c’è la mia seconda casa che guarda il cielo e domina la vallata sottostante. A Ponzò c’è il mio amore e con lui il mio benessere e la capacità di essere serena, di fare progetti e di essere tranquilla. Andrò in ciabatte basse e terrò sollevati i piedi, la sera, mentre cercherò il mare tra la congiunzione dei monti a forma di V abbastanza larga da vedere le navi passare.

E pare di vedere la vita degli altri scivolare là in fondo sui mercantili, perché la mia a Ponzò sembra fermarsi come fossi in un luogo che non ha il tempo  come unità di misura, un tempo che scorre così in fretta che pare non scorrere affatto.

Solo le nubi a volte, non annunciate, arrivano enormi e gonfie di pioggia, sfrecciando sul tetto di casa come se dovessero inseguire un fuggitivo, perché a Ponzò c’è sempre vento, che spazza via i pensieri è vero, e asciuga velocemente i panni stesi. A volte fischia e tira così forte che pare portarsi via anche me, ma io che devo essere un po’ matta, adoro il vento.

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Il Cavaliere dalla Splendente Armatura

Ti ho cercato goffamente oggi, in modo impulsivo, senza pensarci bene, come a volte faccio, sbagliando, ovviamente.

Non ti ho trovato infatti.

Mi dispiace immensamente anche perché avrei voluto abbracciare forte Zena in questo giorno così penoso.

Avrei voluto essere lì.

Ho girato, girato, girato a destra e a sinistra, con la mia auto obbediente dal navigatore muto.

Sono arrivata troppo tardi, eri in un altro luogo che avevo passato 40 km. prima.

L’avessi saputo…l’avessi chiesto! A quasi 55 anni sono ancora così sciocca a volte!

Sono fatta così Lino, porta pazienza, tu sei un uomo buono e comprensivo:

Il Cavaliere dalla splendente armatura.

 

Lo sarai sempre per me.

 

Mentre tornavo a casa avvilita e assorta e continuavo a girare e a girare a destra e a sinistra ormai senza fretta, mi veniva alla mente la mia insegnante di pilates, Elisa, che spesso recita: con l’ombelico risucchiato, snocciolate le vertebre una alla volta, lentamente…

 

Ho pensato a Nonno Nello scomparso il 10 agosto del ’73, Claudio ucciso il 29 maggio dell’85, Nonna Maura che si chiamava Mildrede ma non le piaceva, spirata il 5/10/2005, il mio cuore di pelo morta il 1/06/2008, Carlo stroncato da un infarto il 10/06/2008, Primo stessa sorte il 16/3/2010, Emilio, stesso anno il 10 settembre, il babbo in un soffio è volato via il 20/12/2011, Elis il 20/11 dello scorso anno e ora tu Lino, il Cavaliere.

Ho snocciolato piano piano le mie vertebre, come dice l’Elisa, la spina dorsale del mio sentire, perché ciò che sono ora lo devo anche a loro, anche a te Lino, che ti ho visto sì poche volte, tuttavia assieme alla tua dolce compagna di vita, mi hai accolta con affetto nella vostra splendida casa e nella vostra vita e mi avete insegnato tanto, soprattutto a credere nell’amore vero e ad avere fiducia in un futuro migliore.

Siete sempre stati e sarete sempre un faro per me, un meraviglioso esempio da seguire.

Ti avranno pianto in tanti oggi, ne sono certa, come tanti ti piangeranno per tutta la loro vita perché hai lasciato un vuoto incolmabile, ma hai lasciato in eredità altrettanto amore, intelligenza e forza che saranno l’insostituibile sostegno per coloro che hai amato.

Mi dispiace che Enrico non ti abbia conosciuto.

Ti voglio bene.

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Finestre

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Cavazzone di Elis Bassi

Le ho cambiate tutte, le finestre intendo.
Ho fatto bene, benissimo direi. Una bella spesa, eh sì, così a norma come sono… rispettano i parametri più elevati di isolamento acustico e termico, non costano certo due euro. Se ci si deve bagnare…come si dice dalle mie parti. Una spesa necessaria ed utile, ora non patisco più quel freddo che mi congelava la punta del naso e delle dita di mani e piedi dopo due secondi dallo spegnimento dei termosifoni.
Convivo da anni col teleriscaldamento centralizzato, tra gioie e dolori, in una palazzina di dodici appartamenti: modificare anche di mezz’ora l’orario di accensione/spegnimento dell’impianto è sempre stato talmente faticoso che preferivo girare imbacuccata come l’omino Michelin. Ma ora non temo temperature polari, micro correnti antartiche ad altezza caviglia, blocchi improvvisi di erogazione dell’acqua calda. Adesso, dentro il mio appartamento, chiuso in modo quasi ermetico, mi coccolo nel calore accumulato, anche per un paio d’ore successive la chiusura dell’impianto, con buona pace dei miei attacchi di cervicale e del portafoglio; sono stati installati pure i contatori per ogni termosifone, così pagherò per l’ottanta per cento il mio consumo e non quello collettivo. Quante finestre ho visto negli anni, spalancate in pieno inverno con la scusa delle pulizie domestiche!
E poi le vecchie finestre, per quanto si siano comportate in modo egregio in quarantacinque anni di onorato servizio, erano quanto di più vetusto, antiecologico ed antieconomico si potesse immaginare col monovetro sottilissimo che vibrava ad ogni battito di ali di passero. Se si pensa che i passeri sono stati soppiantati anni or sono dai merli, che a loro volta sono stati sterminati dai corvi, è intuibile in quale caos di hitchcockiana memoria mi sia trovata ogni tanto, quando i “ragazzi” dal tetto del palazzo di fronte, scendevano sul mio balcone. A far cosa non mi è dato saperlo, ma questo è, e se mi avvicinavo al vetro, scostando le tende per vedere cosa combinavano in due o tre sulla ringhiera, mica scappavano, mi guardavano male, come solo i corvi sanno fare, come per dire: che accidenti vuoi da noi?
Per non parlare della signora del condominio di fronte, ancora incapace di mettere l’auto in garage in tempi inferiori al lustro e del marito che sale e scende dall’auto con tanto di sbattuta di portiera per asciugare la vettura con uno strofinaccio, prima di metterla in garage. Peccato che lo faccia rigorosamente col motore acceso, in ogni ora del giorno e della notte, anche sotto la pioggia, per cui questa operazione definibile alquanto bizzarra per non dire un filino patologica, può richiedere ore.

Ora, a poco più di un mese dalla sostituzione delle finestre, il mio pensiero è rivolto unicamente ai piccioni (vorrei comprendere come hanno fatto a sopravvivere ai corvi) perchè hanno una capacità cacatoria inimmaginabile e su questo le mie finestre nuove non incidono per nulla. Della signora driver non ne so niente perchè non devo più subire ore di vane manovre e nemmeno sento più il di lei marito asciugatore, sicuramente iscritto al Clubpelledidainoforewer.
Lo so, verrebbe da chiedere:perchè non l’hai fatto prima? E’ vero, ma ogni cosa richiede il suo tempo e il suo spazio per maturare, come un amore che per sbocciare ha dovuto attendere trent’anni, ics sbattute di portiera asciutta e ipsilon sbattute di portiera bagnata, anni di battito d’ali di varie dimensioni, nasi, mani, piedi congelati da temperture siberiane, delusioni cocenti, dolori immensi.
Poi un giorno mi sono svegliata e non ero più sola e ho avuto la certezza che con tutte le finestre sarebbe cambiata anche la mia vita.

Ritorno

La risacca riporta sempre la stessa acqua?
Credo dipenda dalle correnti marine, dalla forza con cui agisce in un dato momento, dalla pioggia caduta nel frattempo…non so.

Accendo il pc, non tutti i giorni, ma spesso, per leggere la posta. Guardo il link del blog e passo oltre, so che c’è un tempo per ogni cosa anche per ritornare.
Sento tuttavia che lo farò perchè fa parte della mia storia condividere questo luogo non-luogo, questo trait d’union tra il mio quotidiano e ciò che provo nel viverlo.

E poi qui sono in buona compagnia…

Ho capito quanto l’assenza abbia fatto parte della mia vita e quanto mi sia abituata ad essa, nel tempo.
C’è sempre un luogo del non detto, del non vissuto, del non saputo che non potrà essere visitato mai più, ma non provo rammarico, nemmeno rimpianto e nemmeno nostalgia. Non ci spuò essere nostalgia per ciò che non è stato. E sono abbastanza grande per sapere che esistono talmente tante variabili che non è possibile nemmeno presumere cosa avrebbe potuto essere.

Per cui tornerò qui, come la risacca, a portare cose che ancora non so.

GRAZIE A TUTTI

Vita nuova?
 

Si chiude un capitolo, se ne apre un altro?

 

Così è la vita, tutto si trasforma, nel bene e nel male. Mentre salutavo un'amica di qui dentro, con la quale per una stagione della vita ho condiviso cose molto divertenti, pensavo con tristezza che sto per lasciare, ancora, un po' di cuore, proprio qui, che lo consideravo, stupidamente un luogo eterno.
Eppure avrei dovuto imparare da tempo che di eterno non c'è nulla…

Ho conosciuto persone magnifiche, sotto tutti i punti di vista, alcune si sono concretizzate materialmente le ho potute toccare, annusare. Altre sono rimaste uno scambio epistolare, un pensiero, ma così forte nella mia testa, da accompagnarmi in tanti gesti del quotidiano e questo significa essere importanti.
Vorrei salutarvi uno ad uno e dedicarvi un pensiero, ma non vorrei dimenticarmi qualcuno e nel rischio preferisco salutarvi tutti insieme.
Solo Carlo e Primo, figure fondamentali di questo pianeta e che non sono più tra noi cito volutamente, per condividerne con voi la memoria.

Voglio che sappiate, che ognuno di voi per me ha rappresentato tanto, tantissimo, che siete stati importanti, a volte fondamentali per farmi sentire viva e partecipe di un tutto che a tratti mi è stato ostico. Mi sono sentita protetta, amata, seguita, voluta bene, considerata.
E' stato bellissimo e vi ringrazio dal profondo del mio essere.

Vi lascio con l'immagine del mio cuore di pelo, colei che diede vita al mio nick perchè Sgnapis era il nome con cui la chiamavo a volte.
Sono certa  che ci incontreremo altrove, ma se  non dovesse accadere, rimarrete per sempre con me.

Grazie
SgnapiSilvia

                                                                                     
                                                                http://sgnapisvirgola.iobloggo.com

                                                                                    Arrivederci….
 

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Non si dorme con chiunque

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In tenda, in compagnia, ognuno nel suo sacco a pelo o fuori perché c’è caldo. I piedi che pare vadano ovunque ma è lo spazio ad essere ridotto e i piedi si sa, hanno bisogno di spazio.

In spiaggia, sul telo di spugna, sotto l’ombrellone o sotto un sole impietoso, in attesa di un’alba giovanile e persa per un falò o un bacio rubato. Sotto una luna mozzafiato, in due o in compagnia, mai soli, perché potrebbe essere pericoloso.

Già.

Avvolti dal monotono procedere del treno, con addosso gli odori di coloro che hanno deciso di intraprendere quel viaggio prima di noi. Scomposti, come solo in treno si arriva ad essere, con quella stanchezza pesante che i piedi nudi di chi abbiamo di fronte non rappresentano una minaccia tanta è la promiscuità che siamo costretti a subire.

Dentro un cartone, buttati in terra come scarti, avvolti in abiti di fortuna, nel gelo del buio notturno e dell'indifferenza, nel fondo della bottiglia nemmeno una goccia di spirito a riscaldare in superficie un animo ormai ramingo. La fortuna è avere almeno un cane con cui dividere il destino e il poco pane; il vino no, che i cani non lo bevono.

Nel buio pesto, con la luce, in penombra, di notte o di giorno, nel silenzio assoluto, nel caos più assordante, si dorme anche così.

Parrebbe possibile dormire con chiunque, ma a volte non riusciamo, non possiamo dormire nemmeno con noi stessi.

Poi capita un giorno che comprendi la differenza tra dormire e riposare. Tra cedere ad un bisogno fisico senza sogni e il desiderio di condividere un'intimità rara che fa riconoscere anche ad occhi chiusi chi hai di fianco o nel cuore. E non hai più paura. Nemmeno di dormire. E vorresti rimanere sveglio per guardarti riposare, finalmente tornato a casa dopo un lungo viaggio. 

Contapassi

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I sassolini dell'asfalto scorrono  ad ogni passo e Laura guarda le punte delle scarpe da ginnastica che si alternano: destra, sinistra, destra sinistra.

Sinistra, destra, a seconda di quando abbassa di nuovo lo sguardo, altrimenti il volto è rivolto alla salita costante. Non conta i passi, sa che saranno tanti e volge lo sguardo alla punta degli alberi in cima al monte dall'altra parte: è là che dovrà arrivare. Il cielo è coperto da nuvole gonfie di pioggia, un lembo di  pallido azzurro  subito sparisce.

Non si era mai resa conto prima della fisicità dei suoi piedi, loro che coprono grandi distanze a volerlo e portano dove si desidera, pensa, basta un buon paio di scarpe.

I piedi agiscono, vanno in sincronia. I piedi sono concreti, esaudiscono.

Destro, sinistro…

Buongiorno dice un ciclista impegnato nella salita mentre le passa accanto.

Buongiorno risponde lei che non rallenta il passo e sorride con cortesia.

Ci sono tanti ciclisti su questa strada oggi, in gruppo, in solitaria, sfrecciano, si affannano, tutti salutano.
Questo piace a Laura, che ama le forme gentili del vivere.

Sinistro, destro… ai sassolini dell'asfalto si affiancano i pensieri che le fanno compagnia portandola altrove, nella sua vita.

E' proprio fissando la punta dei piedi che si possono percorrere milioni di anni. C'è un nesso, conviene e sorride a questo pensiero.

Non si risolvono certe cose, anche a distanza di decenni, soprattutto se attingono all'infanzia, pensa. E si stupisce dello spicchio di rancore che affiora sottile, come il profumo di aghi di pino bagnati sta salendo dalla terra.

Ancora? Si scopre a dire ad alta voce.

Sì, perché c'è lo stesso muro di sempre, ispessito da generazioni di magre esistenze. E' meglio non pensarci, pensa, non è il momento giusto. Non è mai il momento giusto, forse il momento giusto per certe cose non esiste.

E i pensieri ripiegano su una pacata rassegnazione.

Si volta indietro di scatto, le pare di avvertire dei rumori in fondo alla strada, prima della curva che sembra gettarsi nel vuoto, invece è sola.

Si ferma. Il panorama è davvero un incanto anche sotto il cielo grigio cupo.

Destro, sinistro…

Continua a salire, a pensare a salutare i ciclisti di passaggio e la punta di un'agave che prima non poteva vedere è sempre più vicina. Incrocia una donna dal sorriso luminoso che parla un pessimo italiano costretto in un marcato accento dell'est. Laura si ferma, la donna le chiede informazioni sulla messa e sulla chiesa e la fissa con profondi occhi celesti. Sorride Laura, incapace di dare risposte, eppure la donna nel salutarla in uno slancio affettuoso l'abbraccia. E' l'intesa che corre tra occhi chiari.
Mi capita sovente in questo periodo, di essere abbracciata da estranei, pensa, mentre affronta l'ultima curva prima del paese.
Strana cosa questa.

Con stupore si accorge di non essere nemmeno sudata.

Ragazzi

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Lei è bellissima e vestita con cura, senza eccessi. Il viso, dai lineamenti fini è coperto in parte dalla lunga mano affusolata chiusa a pugno.
Lui è alto, robusto, con una cascata di boccoli castani. La guarda rapito, con quel sorriso che solo l'innamoramento concede. Anche lei sorride timidamente e ride a delle battute che anche se sono dall'altra parte del piccolo anfiteatro posso intuire: sciocche, di certo.
L'amore è l'unico sentimento che può nutrirsi di cose sciocche.
Muovono le mani intrecciandole e lei fa finta di schernirsi ad una contorsione del polso del ragazzo, lui coglie l'attimo in cui lei gli volge il viso per baciarla furtivamente. Lei china la testa fino alle ginocchia unite.
La lunga coda di cavallo che raccoglie la chioma color biondo cenere scivola in avanti.
Sorridono e si abbracciano.
Brotzman, sul palco, rapisce con la capacità di far “parlare”le corde delle sei chitarre resofoniche che lo circondano. Credo che saprebbe suonare anche con un colino da pasta, anzi ne sono sicura, ma è lo stato di grazia di questi ragazzi a strapparmi un sorriso.
Non mi stanco di guardarli e percepire ciò che stanno provando, loro che nemmeno si rendono conto del tesoro che hanno tra le mani: la giovinezza.

Anche io un tempo portavo lunghe code di cavallo color biondo cenere. Anche io sono stata guardata così, solo che allora non mi rendevo conto della preziosità di quello sguardo: lo consideravo eterno.
Solo più tardi, molto più tardi, capii che non è affatto così.

L'amore giunge a raffica con l'entusiasmo dei giovani, quando si è giovani. Ritrovare quello sguardo quando si è adulti è un tesoro così prezioso che si rischia di sentirsi inadeguati nel custodirlo. Le modelle di Schiele si possono permettere certe posture e certe espressioni, loro devono far vedere che il tempo non è pietoso e scopre le vene dei polsi. Se facessi altrettanto risulterei un mostro.
La bruttezza del dolore e della solitudine non è ben tollerata da chiunque.

Ricerco nello sguardo alzato di ogni mattina, lo spigolo di giovinezza che alberga nel pensiero, cercando di vestirmi con cura, senza eccessi. Le rughe a raggiera, con benevolenza, mi accompagneranno fino a sera.

 

 

Pensare in un’altra luce

Disgelo
                                                                                     (Sgnapis Disgelo)
                                                                                          

Scrive la mia amica  GIULIA nel suo bel blog “Pensare in un’altra luce”

“Amare significa lasciarsi interpellare, sorprendersi invocato e chiamato alla responsabilità”

Così dice Levinas, ma non è cosa da poco lasciarsi interpellare, farci coinvolgere. C’è chi vive la propria vita senza porsi domande, quasi non volesse sapere. Ma c’è, invece, chi ha sete di informazione e le cerca con impegno. Ma poi? Può capitare che l’informazione tanto ricercata, quando ce l’abbiamo, ci paralizzi, ci renda muti e impotenti. Ecco allora che il nostro impegno nei confronti dell'”altro” rimane chiuso nelle nostre case e si esprime nell’indignazione verbale, nelle discussioni infinite come in un eterno talk-show, e la nostra vita continua nella più assoluta disillusione.
La mole di informazioni che raccogliamo non ci aiuta ad agire, anzi. Spesso mi sono sentita come chi di fronte alla portata dei problemi si sentisse bloccata, senza un pensiero che mi aiutasse ad andare oltre alla mia rabbia. Una sorta quindi di “indignazione pigra”, priva di energia: è così che la sentivo.
La prima bassezza è la pigrizia. – dice Miguel Benasayag – Prima delle grandi empietà, prima di diventare torturatore, si comincia sempre con l’essere un pigro, col tacitare il richiamo in noi col pretesto che ‘è complicato’. Un bianco in sudafrica al tempo dell’Apartheid aveva mille occasioni per incontrarsi con un nero. Partendo da questa prima esperienza comune stava a lui lavorare, avere il coraggio di affrontare le domande che si prospettavano: perchè dovrebbe essere inferiore a me? Perchè dovrei trattarlo da inferiore?… Rispondere al richiamo non ha nulla di mistico, significa avere il coraggio di affrontare le questioni che mi presenta la situazione in cui mi trovo.”
Miguel Benasayag, Contro il niente. L’ABC dell’impegno
A volte ci nascondiamo dietro alla complessità dei problemi che diciamo sono più grandi di noi, ma in realtà quello che rifiutiamo è l’inizio di un nuovo percorso, temiamo di lasciare le nostre abitudini, le nostre sicurezze e indietreggiamo di fronte al rischio di andare contro corrente. Meglio rimanercene a guardare dall’esterno senza coinvolgerci troppo, meglio aspettare che qualcuno pensi per noi: davvero tutto sembra “troppo complicato”.
Vincere la nostra pigrizia vorrebbe dire ribaltare i luoghi comuni, le parole già dette, le frasi fatte.
Vincere la nostra pigrizia vorrebbe dire non aver paura di sentirsi “fuori”, come capitava forse a chi frequentava o difendeva troppo i neri in Sudafrica.
Vincere la nostra pigrizia vorrebbe dire non solo “informarsi”, ma a mettersi al posto dell’altro, imparare ad affrontare la realtà senza pensare che nulla è possibile.
Vincere la nostra pigrizia vuol dire operare il cambiamento prima di tutto dentro di noi per imparare a guardare con occhi privi di pregiudizi o schemi mentali.
Vincere la nostra pigrizia forse vuol dire non aspettare i grandi gesti, quelli eclatanti, ma accontentarci di quel poco che è nelle nostre concrete possibilità, quelli fatti lontano dagli appalusi.
Vincere la nostra pigrizia può voler dire sentirci responsabili e cambiare anche piccoli comportamenti un giorno dopo l’altro.

Dice Benasayag che alla domanda “che fare?” si può rispondere soltanto: “Qual è il mio prossimo piccolo passo?”. “Bisogna smettere di concepire l’impegno come un proposito per l’anno nuovo, una risoluzione di completo cambiamento (…) E’ sempre in nome del grande impegno che avrò domani per la libertà che volto le spalle a un modo di vita che costruisce a poco a poco dei divenire di liberazione“. La lotta contro la pigrizia passa attraverso un’interrogativo: “qual è la nostra posizione rispetto al richiamo che costituisce il fondamento nella nostra situazione?”

Forse così capiremo cosa vuol dire Lévinas, quando ci invita a guardare il volto dell’altro che si presenta davanti: “che supera l’idea dell’Altro in me“. Il volto mi chiede e mi ordina.

La parola Io significa eccomi,
Fare qualcosa per un altro. Donare. Essere spirito umano significa questo;
Io non inter-cambiabile, sono io nella misura in cui sono responsabile. Io posso sostituirnmi a tutti, ma nessuno può sostituirsi a me. Questa è la mia inalienabile identità di soggetto. E in questo senso preciso che Dostoevskij dice: “Noi siamo tutti responsabili di tutto e di tutto, davanti a tutti ed io più di tutti gli altri”.

 

Da Lévinas, Etica e finito

Eccomi, ci sono, e dove sono imparo a marcare la mia presenza che sa dire “no” nel quotidiano agire a quei modi di essere e di pensare che, a volte, senza che ce ne rendiamo conto inquinano la nostra mente. Lascio la mia piccola ma non insignificante impronta. Traccio il mio piccolo sentiero.
Cosa è il pensiero se non si traduce in gesti piccoli o grandi, se non trasforma il mio modo di essere, se non mi apre all’Altro e non definisce il mio essere nel mondo? Un pensiero che rimane chiuso nella nostra mente o nei libri è forse anche lui un po’ pigro?

Mi è piaciuto così tanto che l’ho voluto riportare qui. Sono certa che piacerà anche a voi.