GRAZIE A TUTTI

Vita nuova?
 

Si chiude un capitolo, se ne apre un altro?

 

Così è la vita, tutto si trasforma, nel bene e nel male. Mentre salutavo un'amica di qui dentro, con la quale per una stagione della vita ho condiviso cose molto divertenti, pensavo con tristezza che sto per lasciare, ancora, un po' di cuore, proprio qui, che lo consideravo, stupidamente un luogo eterno.
Eppure avrei dovuto imparare da tempo che di eterno non c'è nulla…

Ho conosciuto persone magnifiche, sotto tutti i punti di vista, alcune si sono concretizzate materialmente le ho potute toccare, annusare. Altre sono rimaste uno scambio epistolare, un pensiero, ma così forte nella mia testa, da accompagnarmi in tanti gesti del quotidiano e questo significa essere importanti.
Vorrei salutarvi uno ad uno e dedicarvi un pensiero, ma non vorrei dimenticarmi qualcuno e nel rischio preferisco salutarvi tutti insieme.
Solo Carlo e Primo, figure fondamentali di questo pianeta e che non sono più tra noi cito volutamente, per condividerne con voi la memoria.

Voglio che sappiate, che ognuno di voi per me ha rappresentato tanto, tantissimo, che siete stati importanti, a volte fondamentali per farmi sentire viva e partecipe di un tutto che a tratti mi è stato ostico. Mi sono sentita protetta, amata, seguita, voluta bene, considerata.
E' stato bellissimo e vi ringrazio dal profondo del mio essere.

Vi lascio con l'immagine del mio cuore di pelo, colei che diede vita al mio nick perchè Sgnapis era il nome con cui la chiamavo a volte.
Sono certa  che ci incontreremo altrove, ma se  non dovesse accadere, rimarrete per sempre con me.

Grazie
SgnapiSilvia

                                                                                     
                                                                http://sgnapisvirgola.iobloggo.com

                                                                                    Arrivederci….
 

sgnapis2

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Heysel 29 maggio 1985

Non credo di aver mai parlato di lui. Forse qualche piccolo accenno ogni tanto.
Non t'abbandona il dolore. S'impara a conviverci.
Si esce da una stanza in cui trasmettono una partita qualsiasi perchè non si tollerano le urla della tifoseria, se si sente nominare Liverpool non si pensa più ai Beatles. Ma si continua a vivere, ci si sposa, si divorzia, si scrive pure su un blog.
Assomigliava molto a quel signore coi baffi, sdraiato, con la bocca aperta. Ma non riconosco la camicia e nemmeno il giacchino.
L'ho sentii l'ultima volta al telefono, prima che partisse in pulman per andare a vedere la sua Juve giocare. Era felice come un bambino. Aveva preferito la squadra del cuore ad una bellissima modella che lo stava aspettando a Parigi.
Era fotografo di moda e io lavoravo con lui. Eravamo molto affiatati e ci volevamo molto bene, ero la sua sorellina, mi diceva sempre. Allora avevo 24 anni.

Non seguii la partita quella sera, per cui non sapevo nulla  nemmeno il giorno seguente, quando lo vidi in un servizio di un telegiornale, inquadrato, mentre lo stavano portando via dagli spalti, in barella, con le braccia penzoloni e lo sguardo fisso.
Indossava ancora la sua sciarpa rossa dalla quale non si separava mai.
Mi si fermò il cuore per un istante ne sono certa.
Fu l'ultima volta che lo vidi.
Tuttavia, per un paio d'anni, aspettai che mi chiamasse al telefono per dirmi che si era perso.

Dedico a lui e ai suoi 28 anni questo post, avrebbe compiuto 29 anni due giorni dopo.
Lo dedico alla sua famiglia che ha sopportato in tutti questi anni, con molta dignità, un dolore fatto anche di grande ingiustizia.
Lo dedico alle vittime e alle loro famiglie che hanno subito questa tragedia.
Lo so, è poca cosa, ma voglio dire pubblicamente, questa sera, che il suo ricordo e il suo sorriso mi hanno accompagnata sempre in questi anni.
E la rabbia, tanta rabbia.
Sarà così fino alla fine dei miei giorni. S'impara a convivere col dolore e coi suoi tormenti.

Ciao Claudio
Per sempre


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Rocco Acerra (29)

 

Bruno Balli (50)

Alfons Bos

Giancarlo Bruschera (34)

Andrea Casula (11)

Giovanni Casula (44)

Nino Cerrullo (24)

Willy Chielens

Giuseppina Conti (17)

Dirk Daenecky

Dionisio Fabbro (51)

Jaques François

Eugenio Gagliano (35)

Francesco Galli (25)

Giancarlo Gonnelli (20)

Alberto Guarini (21)

Giovacchino Landini (50)

Roberto Lorentini (31)

Barbara Lusci (58)

Franco Martelli (46)

Loris Messore (28)

Gianni Mastrolaco (20)

Sergio Bastino Mazzino (38)

Luciano Rocco Papaluca (38)

Luigi Pidone (31)

Benito Pistolato (50)

Patrick Radcliffe

Domenico Ragazzi (44)

Antonio Ragnanese (29)

Claude Robert

Mario Ronchi (43)

Domenico Russo (28)

Tarcisio Salvi (49)

Gianfranco Sarto (47)

Amedeo Giuseppe Spolaore (55)

Mario Spanu (41)

Tarcisio Venturin (23)

Jean Michel Walla

Claudio Zavaroni (28)

 

Claudio

 

 

 

 

 

E per tutti…

1 maggio 2009 2

1° maggio 2009
Silvia

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Ti sbatterei a lavorare in un resort (se sai cos’è) in Sardegna, bello fuori (per i clienti) e marcio dentro (per i lavoratori).

Così ti saresti beccato una bella scossa elettrica da un frullatore in acciaio SENZA messa a terra perchè il boss (alias il padrone, er capoccia, il cummenda) NON poteva spendere 2 (due) euro per un adattatore Schuco nuovo.

Se non avessi avuto scarpe antinfortunistiche (PAGATE DA ME) a quest’ora non sarei qui a raccontartelo.

A propo: lavoravamo 8 ore e mezzo ed eravamo pagati (ed assicurati) per 6 (sei).

Dormivamo in stanzette-loculi senza aria condizionata e con le ventole accese sul tetto a 3 metri di distanza. Il mangiare era un’indecenza, solo la pasta e la frutta erano buone.

CAPITO ADESSO COME SI FANNO I SOLDI SULLA PELLE DEI LAVORATORI, IN ITALIA?

Dobbiamo davvero ridurci come i rumeni per non far "scappare" i cummenda?

 

(commento del 22 04 09  ad un articolo sulla Thyssen Krupp che mi è piaciuto particolarmente. Di wordstar che spero non me ne voglia )

In memoria di:

Antonio Schiavone
Roberto Scola
Angelo Laurino
Bruno Santino
Rosario Rodinò
Rocco Marzo
Giuseppe De Masi

E di tutte le vittime sul lavoro.
E di tutte le vittime del lavoro che non c’è.

altan cippiti disoc

BUON 1°MAGGIO

cipputibrindisi

lasciatemi cantare…

Sciame, sciami, scemi

irpiniaIrpinia – 23 novembre 1980

 

Avevo vent’anni da poco più di due settimane e non capivo niente. Partimmo dopo poche ore dal sisma, sul pulman organizzato dalla F.G.C.I. regionale: 54 ragazzi sprovveduti come me, con tanta voglia di fare.
Fu un dramma nel dramma. Non eravamo preparati a tanta tragedia.  Mio padre vigile del fuoco mi avvisò e pregò al tefefono  di stare a casa, ma allora i nostri rapporti non erano dei migliori e io volevo dimostrare qualcosa. Forse anche a lui. Entusiasmo giovanile, anche. Arrivammo prima dell’esercito e dell’ospedale da campo. Arrivammo troppo presto per tutto. Causa una bufera perdemmo il campo base e rischiammo che il pulman si ribaltasse. Alla fine dormimmo tutti pigiati lì dentro, nemmeno si ribaltavano i seggiolini.  L’autista voleva tornare a casa e ci prendeva per matti. Molti di noi si ammalarono e rischiammo di finire schiacciati da cornicioni pericolanti o da fughe di gas improvvise. Aiutai un ragazzo in piena crisi nervosa mentre estraevano un congiunto da sotto le macerie, distrubuii vestiti,  corsi dietro a dei compagni che si erano infilati in una squadra speciale dell’esercito, per estrarre cadaveri  sotto le macerie di un paese adiacente ,completamente distrutto. Tornarono sconvolti ma fecero il loro dovere. Pioveva a dirotto, spesso, e c’era tanto freddo. Mi aggregai ad un gruppo di ragazzi che in jeep andavano a prestare soccorso agli abitanti di casolari isolati. Persi 5 chili in una settimana cibandomi di sola cioccolata e whisky e non toccai acqua calda e pasti caldi per tutto il tempo, come me gli altri. Nessuno si cambiò abito e si lavò, tranne le mani, se riuscivamo.  Vicino ad una tenda militare, in cui tutti i grandi capi si  radunarono sentii dire che eravamo d’impaccio e che non si capiva cosa fossimo venuti a fare. Avevano ragione. L’entusiasmo giovanile in certi casi non basta. Una sera, quando ogni eroismo aveva lasciato posto ad angoscia e frustrazione, fece capolino la testa di un giovane D’Alema, già antipatico allora. Gli venne la malaugurata idea di dire qualcosa. Se non fossero riusciti a fermare al volo un paio di compagni romagnoli, D’Alema si sarebbe “beccato” una mano di botte da ricordarla per tutta la vita. Guadagnò l’uscita e non si fece più vedere.
Tornata a casa, davanti ad un  piatto di brodo caldo mi vennero le lacrime agli occhi. Il mio cuore era rimasto con CHI NON AVEVA PIU’ NIENTE.
Ad una brutta battuta di un mio familiare, senza dire una parola, presi il mio piatto e andai a mangiare in camera mia. Feci così per più di una settimana, finchè non cessarono stupide considerazioni e domande ancora più stupide. Il mio cuore era altrove e una parte è sempre rimasta là, perchè io non dimentico. E’ vero, chi vede da vicino certe cose è destinato a non dimenticarle per tutta la vita.
Penso ai bambini, al loro sgomento, al rischio che non possano più vedere un genitore, il fratellino, la sorellina. Penso a quanti purtroppo non potranno più uscire vivi da quel monte di macerie e lamiere contorte.
Ecco perchè sono terrorizzata dal terremoto.  L’ho sentito sotto i piedi tante volte e ovunque. Ovunque. Per sempre.

L

L’Aquila 06 marzo 2009

 

Ora che ho quasi trent’anni di più e non avrei nulla da dimostrare, saprei cosa fare. Io andrei dai bambini e partirei anche subito.
Mi auguro che tra vent’anni non sentiremo Vespa ormai cariatide, che fa il resoconto di quanti container sono ancora ad uso abitativo per questa povera gente.
Mi auguro che qualcosa sia cambiato nel frattempo, in questa povera Italia.

NoN PoSsO eSiMerMi

isolaSgnapis

(isolaSgnapis)

Ne scrivero prima alla cara  Rosa Tiziana e poi a  Angie che mi ha lasciato un commento che mi ha scaldato il cuore.

Festa della donna sì, festa della donna no? E’ da questa mattina che mi pongo la domanda e la risposta è: così no, così mai.
Nessuna mimosa per favore.

Noi abbiamo Franca che  lo scrive sempre che non siamo solamente la mimosa di un giorno.

Emerge dalla magia di Zena, dal fuoco di  Rossana, e dal dolore di Morena  che ho conosciuto di recente e che ha scritto un bellissimo libro.  Didò e la sua Napoli   Majarie e la lirica delle sue immagini,  Haba  con la sua sensibilità.  Così diverse tra loro e così preziose.   Giulia  che vede così bene e che ora ha bisogno di riflettere.
Come molte di noi credo.

E poi la dolce amica
 
Annina Fior, con la sua fede,  Ida e le sue belle immagini,  Gabrilù e le sue preziose recensioni,  Sabrina con le su profonde riflessioni,  Nonsonoqui che invece c’è eccome con le sue splendide poesie.  E  tante altre di cui leggo volentieri appena posso.
Triana che so che mi capisce anche se non parlo, e senza la quale ora, non saprei linkare gli indirizzi.

Posterò parti di  "Mutande di latta", come dedica a loro e a tutte le donne del mondo.
Al loro diritto di esserci come esseri umani e alla loro forza data dall’intelligenza e dalla tenacia.

Si parlava tra amiche l’altra sera. Della vita, delle nostalgie, dei progetti.

Coi vessilli e slogan ripiegati per bene come calzini nei cassetti della memoria, ripenso oggi come si era, quando piene di mimose e di rabbia inconsapevole, si seguiva un collettivo incapaci putroppo di ascoltare noi stesse.

In quante ci siamo perse, come perle di una collana a cui si è rotto il filo, tra lenzuola  e dolori nell’essere in ogni cosa ad ogni costo, infilate in mutande di latta ideologiche troppo rigide per andar bene a tutte!

Si vestiva non seguendo le mode, ma di abiti mentali, bandite le frivolezze, inconcepibile ogni orpello dal richiamo specificatamente sessuale, col risultato che sembravamo tanti  deliziosi alberi di Natale da chiudere dentro una cartolina di auguri.

Le donne erano e sono un’altra cosa, sono  anche molte altre cose, che a noi il colelttivo e le nostre madri non ci hanno insegnato. Le donne eravamo anche noi, le donne erano anche loro, tutte diverse, davvero un peccato cercare di omologarci, anche se risultava inevitabile.

Il risultato ottenuto è stato di ripiegamento su noi stesse, quale scoperta dell’io, e un machismo da carriera ad oltranza: lucidare casa, figli, marito e parenti tutti pregando la Madonna  o la presa scart infilata nel collant mentre il cervello conta in MB e parla sei idiomi. Noi sappiamo fare più cose contemporaneamente anche quando non siamo felici.

Eppure si era carine vestite di rosa e di giallo, coi nastri e i fiori e gli zoccoli per calciare più forte.

Ripenso a quanto questo girotondo mani nelle mani fatto di sorrisi, mi abbia accompagnato nella vita.
Come soffro quando  sento parlare di stupri e di violenze in tutto il pianeta e che la donna è trattata ancora come un oggetto, molto peggio di un albero di Natale dopo l’Epifania.

Eppure gridare è servito e tanto.

Ora uso le giarrettiere e mi diverto, non ho paura di sembrare ciò che non sono  e non temo  più le etichette. Ma è stata la vita che mi ha portata a questo difficile equilibrio; gli abbandoni, le rinunce, e le incertezze, ma soprattutto capire l’errore di non saper guardare me stessa oltre la divisa che avevo deciso d’indossare.

E penso alle amiche, tutte, perchè tutte, in fondo in fondo, portano o hanno portato mutande di latta.
E sono scomode.

ciabatte

Grazie di esserci

Uomo che sogna

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Ci sono giornate ideali come questa in cui tutto tace, anche il telefono.

E nevica, fitto fitto. Aiuta a mantenere il silenzio e i ricordi.

Con la musica giusta in sottofondo, mi metto a curiosare tra gli oggetti della mia vita, così come sono, senza mettere ordine, che a me piace essere sorpresa, anche dalle cose…

 

 

Ha 24 anni Ernesto Guevara quando la sua immagine appare per la prima volta su un giornale. Gli fa compagnia, una testa più in basso, l’amico Alberto Granado.

“Due esperti argentini in lebbrologia, attraversano il Sudamerica in motocicletta”, recita il titolo dell’Austral di Temuco (Cile).

 

La moto: una Norton 500 detta Poderosa II, che li tradirà molto presto.

Guidata da un neolaureato in medicina, giocatore di calcio nel ruolo di portiere e  giocatore di rugby, soprannominato Furibondo.

 

 

 

 

 

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Alberto Korda, uno dei tre fotografi della rivoluzione, fissa immagini da consegnare alla storia.

E’ il giorno dell’omaggio alle 75  vittime dell’esplosione sulla nave La Combre. La folla è inferocita e sul palco assieme a Fidel Castro prende posto l’ospite straniero Jean Paul Sartre.

E’ un pomeriggio grigio del mese di marzo del ‘60 a l’Avana, a pochi mesi dalla vittoria della rivoluzione cubana.

Nella tensione emotiva del momento Korda non si sofferma a considerare perché un’immagine entratagli nell’obiettivo l’ha colpito come uno schiaffo. Solo un frammento un lampo durato il tempo di due scatti. Sarà la camera oscura a rivelargli l’intuizione. Dalle retrovie del palco, seminascosto emerge il volto di Guevara, capelli al vento tenuti in cima dal basco, sguardo sognante, rivolto verso un immaginario orizzonte, oltre l’evento, oltre l’immensa folla di Plaza de la Revolucion, ancora oltre ogni limite fissabile.

 

Nasce così l’icona che rappresenterà il mito del Che ( che significa uomo, nella lingua mapuche, da Che, uomo e mapu, della terra)

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Ma esiste una sequenza di immagini del Comandate Che Guevara, realizzate dal fotografo Salas, altrettanto simboliche anche se meno immediate e enfatiche.

Anno 1960, Trofeo Hemingway per la pesca al blu marlin. Il Che e Fidel Castro a bordo della Crystal.


Fidel saltella da una canna all’altra, che hanno le lenze tese nella corrente del golfo. Il Che seduto sul seggiolino da combattimento, con gli anfibi appoggiati al bordo della barca e il basco in testa, ha aperto sulle gambe un libro di Stendhal, del tutto indifferente al grosso pesce che gli sta allungato ai piedi come un cagnolino. Fidel a capo scoperto, si china per parlargli, senza riuscire a distrarlo dalla lettura, poi esce dall’obiettivo e il Che rimane solo col pescione e il libro in mano.


L’ultimo scatto di Salas lo coglie più da vicino, di tre quarti e con gli occhi chiusi, presente ma già “altrove”. Fidel ne pescherà sei di quei pescioni, vincendo il trofeo e ricevendolo dalle stesse mani di Hemingway, nell’unica occasione in cui l’ha incontrato.

Che Guevara sarà già sparito nel corso dei festeggiamenti.

 

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                    (Fra barba, polvere, muschio della vegetazione, radici, la terra e la sua segreta forza)

 

Forse consiste proprio in quel suo essere così presente ma già altrove, perennemente di passaggio la forza dell’immagine di Ernesto Che Guevara, – Uomo che sogna. Più politicizzato di qualunque burocrate di partito o di regime, ma forse proprio per questo cavaliere solitario che attraversa l’immaginario del XX secolo lasciando un preciso messaggio: guardare oltre.

 

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         (Sorrideva mentre pensava a come far marcaire i suoi spettri singolari con i cavalieri dell’alba)

 

Prima di partire per il Congo e poi per la Bolivia, ultima tappa, scrive al vecchio amico Alberto Granado, convertito alla causa cubana, il seguente messaggio: “La mia casa ambulante avrà ancora gambe e i miei sogni non avranno frontiere…”

 

 

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                                                                   (In Congo)


A questo punto Cuba non può più impedire che i sovietici, impegnati in una politica di distensione, tramite il PC Boliviano sabotino quella spedizione. Nessuno si unisce alla guerriglia, nessuno può portare soccorso al Che sperduto nei boschi al sud del paese: la volontà di Mosca si applica ormai come norma generale in nome della politica di coesistenza. E Guevara non è l’unico a morirne. Numerosi esponenti di movimenti del Terzo mondo che hanno  partecipato alla conferenza Tricontinentale a l’Avana alla fine del 1965 e che da lì sono partiti con la dichiarata intenzione di sovvertire il potere esistente nei rispettivi paesi, vengono uccisi uno dopo l’altro, vittime di una oculata caccia all’uomo. Da Sukarno a Ben Barka, da Marighella a Camillo Torres, da Lpbatòn a Turcios Lima, da Béjar a Fonseca Amador, da Mondane a Cabràl da Javier Hèraud a Salvador Allende, protagonisti più visibili di quella sfida all’imperialismo che l’Urss non ha voluto proteggere neanche formalmente, cadono in agguati proditori.

 

che guerr


Quella della scelta moderata è probabilmente per Cuba la politica  giusta, dopo una rivoluzione che ha vinto per un “miracolo umano” a novanta miglia dagli Stati Uniti. Ma per anni viene fatto credere che si possa fare ancora una rivoluzione in tutto il Terzomondo come quella cubana. Con un Fidel dipendente solo dall’aiuto sovietico, e che va affermando un regime sempre più personale e repressivo.


Fuori,  intanto,  il mito del Che, l’uomo che invece da solo è morto per l’ideale comune, diventa a poco a poco una favola bella ma senza prospettive, un punto di riferimento buono per gli altri usi e sempre meno conosciuto nella sua dimensione reale, legata a chi aveva accettato di diventare – come lui stesso diceva – il Quijote (Chisciotte) del proletariato di tutto il mondo.

 

 

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           …un uomo senza pace nè tregua con sè stesso ficnhè ci sarà sulla terra un solo uomo umiliato!


 

L’immagine del Che sventola ovunque si senta odore di “combattimento” anche senza bisogno di prendere i fucili. Appare ancora nelle manifestazioni studentesche, appare perfino negli stadi dove il Sogno si riduce a tifo di campanile. Che Guevara non se ne avrebbe.  In fondo è stato anche un buon portiere.

 

Mito Che

 Liberamente tratto dal supplemento n. 2 de “il manifesto”. Le immagini pubblicate  su il"manifesto" sono di Osvaldo Salas.

 

Ha smesso di nevicare. Penso che andrò a fare una passeggiata.

 

 

 

VOCE 19 6 08

 

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"Quando non sarò più nulla e non vorrò più nulla, brillerà in me la parte più luminosa della mia anima in cui è riflesso l’orgoglio dell’ispirazione (…). Vedrò Bulgakov  sorridere e mi inginocchierò baciando le mani che scrissero anni e anni, al servizio dei nostri giorni migliori; le mani di colui che morì senza ricevere, in vita, un solo complimento(…). Gli bacerò le mani fino a farlo sorridere perchè deve sorridere di gioia celestiale chi ha speso la sua vita a dare agli esseri umani  Il Maestro e Margherita.  So che accadrà tutto questo anche se non sarò più nulla. So che accadrà perchè sapevo, scrivendo, ciò che dovevo fare…"

                             Rotolibro d’autore – Carlo Berselli – 1999

                 

Il rumore dell’erba che cresce

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Avrei voluto scrivere un post sugli autisti delle Fiat Multipla e similari, perchè non capisco mai dove vogliono andare e non usano le frecce di direzione. M’arrabbio moltissimo, tutti i giorni, ma ci avremmo riso su.

Poi ho pensato che delle mie incazzature sugli autisti della Multipla non sarebbe fregato un granchè e giustamente e poi a dire il vero non ho voglia di ridere di queste cose oggi.

Non ho voglia di ridere perchè ieri sera ho letto un libro di un mio concittadino, Marco Scarpati, presidente dell’Ecpat ed è giusto lasciare le cose inutili nel cassetto ogni tanto per ricordarsi di quelle che contano davvero.

Come questa.

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In Cambogia, come in altre parti del mondo, con 5.000,00 euro si può disporre della vita di bambini inferiori agli otto anni di età. Servizio completo, fanno sparire anche i cadaveri.

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Non importa se ho pianto leggendo questo libro, perchè chiunque, con un minimo di sale in zucca piangerebbe o s’incazzerebbe a morte, ma scrivo questo post perchè con 12 euro si finanzia una giusta causa, donando all’Ecpat Italia che sostiene le piccole vittime.

Il rumore dell’erba che cresce

Infinito edizioni

http://www.ecpat.it

 

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Questa immagine del mio amico Leo che fa parte di un servizio straordinario, l’ho scelta proprio per questa mano tesa a toccare il sole, verso la luce, imprigionata da una pellicola trasparente ma resistente.

Come sono il menefreghismo e l’ignoranza.

Da: I fratelli Karamazov di Dostoevskij citato nel primo capitolo:

Ma i bambini? Che ne faremo allora dei bambini? Ecco un problema che non riesco a risolvere. Lo ripeto per la centesima volta:  di problemi ce ne sono molti, ma ho preso solo quello dei bambini, perchè qui è innegabilmente chiaro quanto voglio dire. Ascolta:se tutti devono soffrire per comprare con loro le sofferenze un’armonia che duri eternamente, cosa c’entrano però i bambini dimmi? Non si capisce asolutaemnte perchè debbano soffrire anche loro e perchè debbano pagare quest’armonia con le loro sofferenze!

Per quale ragione anche i bambini servono da materiale e da concime per preparare un’armonia futura in favore di chi sa chi? La solidarietà fra gli uomini nel peccato io la capisco, e capisco anche la solidarietà nell’espiazione; ma i bambini non hanno niente a che fare con la solidarietà nel peccato, e  se la verità è davvero questa, che, cioè, anche loro sono solidali coi padri in tutte le colpe commesse dai padri, allora è una verità di questo mondo e io non la capisco.

Qualche bello spirito, magari dirà che tanto anche il bambino crescerà e avrà il tempo di peccare; ma lui, quel bambino di otto anni sbranato dai cani, non era ancora cresciuto.