ARTURO

 

sempreverdi5

Arturo arrivò nella mia vita acquistato da mio marito che ne voleva fare un albero di natale strepitoso. Era alto mezzo metro Arturo.

Non ho mai retto gli aghiformi costretti in vaso, quanto gli uccelli in gabbia, loro hanno bisogno di spazi aperti, di vento, di rumore di boschi.

Guai a toccargli Arturo, che custodiva gelosamente in un angolo del terrazzo. Poi di Arturo gliene importò sempre meno, al punto che se ne andò lasciandoci a badarci a vicenda.

Non fu facile i primi tempi che dovevo prendere le misure di ogni cosa, anche dei suoi rami che a mio parere non crescevano mai, ma così capimmo che potevamo conoscere e sopportare reciprocamente i nostri limiti. Anche lui conveniva con me che non sarebbe mai diventato uno strepitoso albero di natale, come io non sarei mai più stata una moglie.

La vita trascorse tra alti e bassi e sempre tra alti e bassi, un giorno arrivò sul terrazzo Daniele che non sopportava gli aghiformi in vaso. Parlava di monti Daniele e di valli.

I rami di Arturo erano sempre uguali, così, tagliando per sempre con le malinconie del passato,  decidemmo di partire in treno alla volta di Torino, da Daniele, che ci avrebbe accompagnato nelle belle Valli di Lanzo. Arturo avrebbe conosciuto per la prima volta uno  spazio aperto, pieno di vento e di rumore di bosco e magari avrebbe dcciso di trascorrerci la sua esistenza. Così fu.

Sono passati molti anni ormai e la vita mi ha tenuta lontana sia da Daniele che da Arturo, però quando guardo l’angolo vuoto del terrazzo lo penso alto e forte nella bella Valle di Lanzo. Noi l’avevamo trapiantato con amore, mi auguro che l’abbia capito Arturo, che di fare lo strepitoso albero di natale non glien’è mai importato nulla.

ABETILUCE

Forza che siamo alla fine…Milano – Reggio Calabria

saudek 111Non ho nemmeno voglia di leggere. Siamo fermi da mezz’ora. Richiudo gli occhi, chissà forse potrò dormire un pò. NO. Ritornano i due mentre si alza il padre, ora tocca a lui. La manovra risulta essere più complessa e se non fosse che dentro la valigia ci sono cose a cui tengo molto, la getterei fuori dal finestrino. Fra’, così chiamano il piccolo, ora dome spiccicato alla madre che sta grondando poveretta. Ogni tanto gli asciuga la fronte e se lo accomoda meglio sul fianco, anche se lui, colto dal sonno letargico tipico dei bambini, lentamente ciondola il capo fino a cadere bocca in terra.

Piedineri è in piedi sul sedile, cerca di sgranchirsi le gambe, ebete è fermo immobile; se non avesse mangiato giurerei che è finto, nemmeno suda.

Anche io dovrei andare in bagno, ma non ci penso nemmeno confido nella tenuta della mia vescica, malgrado il disagio. Tutta la famiglia sfila fuori e dentro dallo scompartimento con più o meno capacità atletiche. Il risultato cambia poco, la valigia viene spostata avanti e indietro innumerevoli volte, dalla sottoscritta ovviamente, sfinita. Vorrei tanto fumare.

Il treno riparte piano accompagnato da un’ovazione generale. Si ritorna alla vita. Abbiamo perso più di un’ora e non sappiamo perchè. In questo girone dantesto i controllori non s’avventurano di certo.

Mentalmente calcolo quanto tempo durerà ancora il mio viaggio. Ho ancora mezz’ora  e visto che devo percorrere almeno due metri per guadagnare l’uscita è bene che cominci a prepararmi.

Mi alzo lentamente sapendo benissimo che come abbandonerò il posto non sarà più mio. Piedineri infatti, sempre ad occhi chiusi, con precisione cronometrica s’impossessa di nuovo del seggiolino. Devo spostare la valigia cocca, aspetta un attimo. Gli altri adulti mi guardano silenti, mentre Fra’, rigenerato, chiede una banana. Impressionante. E via a sfagottolare…

Sfilo quella che prima era una valigia rossa, ora non si sa cos’è. Accenno un saluto con un sorriso: Buon proseguimento. Che serve dirlo? L’implume già nuota sul pavimento dello scompartimento sventolando la banana, piedineri è rilassata sui due sedili, ebete fa un  lieve cenno del capo, il capo branco segue, la madre mi guarda come per dire Era ora! Ma saluta educatamente.

In bilico come una scimmia appesa, mi fumo una sigaretta in faccia a quel poveretto che si è fatto tutto il viaggio in piedi appoggiato alla parete dello scompartimento. Gliene offro una per solidarietà. Ci intossichiamo a vicenda maledicendo  governo, ministri, sottosegretari e perfino gli usceri consorti annesse.

Pregusto l’imminente arrivo e con un profondo sospiro denso di tenacia misto a rassegnazione, comincia la via crucis per raggiungere l’uscita.

Finalmente a Roma! Calca davanti allo sportello sia per salire che per scendere. Gli italiani non hanno senso civico e non sanno stare in fila. Per cui non è affatto da sottovalutare l’ultima performance prima della liberazione, potrei correre il rischio di ripartire perchè non mi hanno fatto scendere, perchè mi hanno fatto risalire, o scendere senza la valigia. C’è sempre qualcuno gentile che aiuta o almeno ci prova, contro duecento però pronti ad ammazzarlo se si azzarda a dare la precedenza, per cui se ne potrebbe uscire anche contusi. La solidarietà femminile poi in certe circostanze va a farsi benedire, come per il diritto di immissione nelle strade, le guerriere moderne o presunte tali, non ti danno la precedenza manco a morire, malgrado lo dica pure il codice della strada.

Per cui toccato il suolo della banchina, stanca, sudata, sporca e puzzolente con una vescica grande come una mongolfiera, giuro a me stessa che è stata l’ultima volta che ho viaggiato in treno e mentre le carrozze sfilano a passo d’uomo  sotto i miei occhi, vedo per l’ultima volta i nostri che stanno mangiando a quattro palmenti.

Mi viene da vomitare.

 

Milano – Reggio Calabria III

 

 

saudek 111

Il pasto si rivela molto appetitoso, ma altrettanto piccante. Loro sorridono, io meno, ma come ho detto prima devo essere accettata pena la vita, per cui sorrido anch’io malgrado stia andando a fuoco mentre il bambino si è impossessato della mia valigia, tanto che ora ci nuota sopra, con quelle manine cicciotte e luride. La padrona dei piedi neri, tolta la cuffia si lancia in un monologo col fratello muto, sempre nel loro gergo nativo per cui non capisco niente  mentre il padre annuisce e la madre urla a tratti cose indistinte.

Fiera di me stessa per aver superato la prova e un tantino ubriaca,  anche se continuo a sentirmi fuori dal coro malgrado la pancia piena, il treno improvvisamente e senza apparente motivo comincia una lunga e straziante frenata, con relativo stridio di ferro e ganasce, infine, fermandosi.

Ma dove siamo? Dove siamo chiedono i miei vicini, Dove siamo cominciano a chiedersi tutti gli occupanti del vagone e certamente anche tutti quelli del treno. Nessuna risposta certa, tutte supposizioni vaghe date da una cognizione geografica labile e molta disattenzione dei passeggeri sempre occupati a farsi i fatti loro e a guadare fuori dal finestrino pensando a tutt’altro  che al luogo che stanno vedendo in quel momento, tanto sfila via, quasi sempre. Quasi sempre.

Adesso no, è immobile il paesaggio attorno  a noi. Sarebbe interessante sapere a che provincia appartiene questa bella campagna assolata, dove nemmeno le mosche volano tanto fa caldo e le lucertole sono negli anfratti a fare la siesta.

Si sentono le voci e le risa degli occupanti degli altri scompartimenti, si sente la vita anche fuori dal nostro microcosmo, ma questo non aiuta a sopportare l’ansia che nasce dal non sapere perchè ci si è fermati ma soprattutto per quanto tempo si starà fermi. Il caldo adesso è a un livello intolleralbile, non tira un filo d’aria e si è madidi di sudore. Anche il treno è più silenzioso, l’idea di passare così alcune ore inorridisce ogni mente pensante.

Alzo piano una palpebra e incrocio lo sguardo attonito della madre che si fa vento con un pezzo di cartone e piagnucola piano e impreca e piagnucola. Annuisco col capo. Il piccolo si è calmato, nuotare è faticoso, soprattutto sopra la mia valigia ed è appoggiato al fianco della madre, farebbero tenerezza in un’altra circostanza. Il padre sembra una statua di sale mentre il sudore comincia a scendere anche dalla fronte, la canotta è già tutta bagnata, il figlio maggiore inebetito era prima, inebetito continua ad essere, la padrona dei piedi neri, ora li tiene quasi in bocca e sempre in cuffia cerca di raccogliere i capelli chilometrici sbuffando come un mantice. Io cerco di resistere malgrado mi stia sciogliendo pian piano e prego il mio Dio che mi liberi da questo inferno, promettendo che diventerò più buona. Giuro. Ma la penitenza non è finita, anzi. Conclusasi con grande successo l’operazione d’introduzione nell’organismo di ogni qualsivoglia alimento e bevanda da parte dei nostri, ne consegue che a un dato momento, sia necessario compiere l’operazione di espulsione.

Inizia  il piccolo, tediando la madre, come solo i piccoli sanno fare quando ci si mettono d’impegno. Si apre la vertenza valigia sì, valigia no: come scavalcarla senza ridurla una schifezza, quando le gambe non sono quelle di Naomi? M’impengo in spostamenti massacranti, prima avanti poi indietro, poi di lato, poi fuori dallo scompartimento che è pieno zeppo e rischio di schiacciare un poveretto sdraiato in corridoio. Guardo in alto sul portabagagli, anche se sono stati consunati quintali di cibarie è ancora pieno di sacchetti, valigie e scatoloni. Adesso ho capito, questi sono pronti ad affrontare in luoghi inospitali soste coatte  anche di tre settimane. Con notevoli sforzi escono madre e figlio e mentre sento qualche lamento provenire dal corridoio, sono certa che il pargolo strada facendo sta calpenstando qualche malcapitato, rimetto a posto la valigia.

Silenzio.

(continua)

 

Milano – Reggio Calabria II

 

saudek 111

 

I piedi neri ora sono sulla mia valigia, mentre la padrona degli stessi rimane ad occhi chiusi estranea a questo pestifero mondo. E dovrei ritenermi pure fortunata!

Vincendo ogni terrore da batterio cerco un modo per appoggiare la testa e chiudere gli occhi, considerando il detto occhio non vede cuore non duole una socrosanta verità, ma il bimbetto ciccione, sbagliando la mira, anzichè centrare la valigia centra la mia gamba con un calcio che d’innocente ha ben poco. Guardo la madre che ha assistito alla scena senza batter ciglio, incenerendola con lo sguardo. A qual punto si sente costretta a rimporverare il piccolo ma con così poca convinzione che il pargolo stesso si ribella.

Intanto fuori dallo scompartimento regna il caos.

Incredibile ma vero, malgrado il putiferio e l’aria irrespirabile, parrebbe quasi che potrei schiacciare un pisolino e sarebbe meraviglioso perchè il sonno a volte è un vero rifugio, ma, come può riusltare possibile dormire quando cinque mandibole predatrici macinano all’unisono ogni cosa commestibile che esce da sacchetti simili al pozzo di San Patrizio? Formaggi, salami di vario colore e forma, peperoncini di tutte le razze pure sott’olio, pani tondi da sembrare una luna, carciofi, pomodori, olive di colori diversi, formelle di carne indistinta, mozzarelle, non ultimo ogni tipo di bevanda possibile, dall’aranciata al fiasco di vino rosso per finire con frutta a volontà, merendine, biscotti e dolci. Impressionante la quantità di roba contenuta in questi sacchetti che sembrano un supermercato tanto ne esce a gettito continuo e tutti a rovistare e a scambiarsi cose. Il più composto rimane il capo branco che col suo pane sotto l’ascella da una parte e un coltellaccio dall’altra taglia fette di pane una dietro l’altra, tanto gli spariscono di mano in un secondo, solo la moglie accorta, gli tiene da parte panini imbottiti con tutto ciò che ho elencato sopra. Si potrebbe definire pasto completo. Le industrie alimentari della grande distribuzione devono aver attinto idee da queste situazioni tipo: come concentrare in uno yogurt il valore proteico e vitaminico di 18 tipi di alimenti così diversi e che magari sappia di mango, mica facile  togliere il retrogusto di quella che ho poi saputo definirsi soppressata che ai fighetti milanesi  new age non piacerebbe per niente.

La mia valigia ovviamente, senza essere coperta prima ovviamente, funge da tavolo. Poco male se cade un’oliva, se la soppressata tenuta in modo maldestro scivola e il bambino usa la banana come un pennarello e fa disegni sul fianco. Ho voluto far parte di questo microcosmo? O accetto le regole o levo l tende e se non sto attenta rischio di essere fatta a fette e ingoiata con un po’ di peperoncino rosso sangue.

Sono le 14 passate da pochi minuti. Estraggo da dietro la schiena la mia bottiglia d’acqua e ne bevo un sorso: è calda. Mi guardano come se fossi una dimenticata da Dio, tanto che il capo dopo una profonda occhiata indagatrice, senza muovere un sopracciglio mi offre il pane ascellato, mentre gli altri membri a bocca più che piena, sospendono il movimento masticatorio in attesa della mia risposta.

Qui ne va davvero della mia sopravvivenza: o accetto, mangiando il "vero" pane condito col sudore non della fronte, ma non stiamo a sottilizzare, ed entrare qundi nella tribù, o escludermi definitivamente potendomi così aspettare nelle tre ore successive di tutto.

Pensavo di dover affrontare un semplice viaggio in treno, non un viaggio antropologico. Sorrido, un sorriso serve a stemperare la tensione e decido che mi conviene accettare questo rito d’iniziazione. Indico una forma di formaggio giallo senape, un po’ sudaticcia ma dato il clima mi pare ovvio. Le mandibole dei presenti ricominciano a  masticare a pieno ritmo, i suoni si alzano di volume e in pochi minuti mi rtirovo in grembo il pasto completo che con la vitasnella non ha niente a che vedere, più un bicchiere di vino rosso sangue di piccione, squisito, ma con una gradazione attono ai 14.

Ora ne sono certa, a destinazione rischio di non arrivarci proprio.

(continua)

 

 

Milano – Reggio Calabria I

saudek 111

Ho sempre amato viaggiare in treno.

Mi piace il dondolio, mi piace potermi dedicare alle attività da relax: leggere, scrivere, disegnare, pensare, dormire, chiacchierare, giocare. Ci sono pure gli irriducibili che continuano a lavorare e quelli più spensierati che generano figli. Che non veda il controllore, si capisce.

Insomma il treno  porta a destino senza che ci se ne accorga e si è molto fortunati è pure puntuale. Quasi sempre.

Poi ci sono le tradotte estive e qui si apre un capitolo tutto diverso per contenuto, gestione dell’umore e dell’amore per le ferrovie tutte.

Caldo infernale, pigiati come sardine, finestrini tutti aperti per poter respirare anche se non ci si riesce ugualmente, rumore assordante, maledicendomi per tutte le riviste, libri e ammennicoli che mi sono portata dietro giusto giusto per il viaggio, con una valigia che pesa due quintali e possibilità di piazzarla su un portabagagli: zero.

Dopo aver arrancato per otto vagoni otto, lasciando alcuni cadaveri dietro di me, buttato dal finestrino qualche bambino urlante, tanto col casino che c’è nessuno se n’è accorto, provata da tanta fatica, intravedo una signora con manico di valigia serrato in pugno e sguardo sconcertato che si sta alzando nello scompatimento a mezzo metro da me.

Con le ultime energie rimaste, compiendo uno strappo oltre misura per forza e spirito di sopravvienza, getto la valigia dentro lo scompartimento, che quasi ammazzo la signora  e per la prima volta uscendo dall’apnea, prendendo fiato a pieni polmoni chiedo con voce  affranta: posso?

Peccato per il bambino di cinque anni che ho beccato in pieno, accovacciato a non so far cosa nel corridoio dello scompartimento, mentre il posto della signora terrificata è già occupato da due piedi nudi neri d’asfalto. La proprietaria di codesti piedi è in cuffia, ad occhi chiusi, semisdraiata, anzi il sedere è quasi del tutto fuori dal sedile e non parrebbe che abbia la minima intenzione di spostarsi. I restanti occupanti  dello scompartimento, fino a tre secondi prima urlanti come coyote, tacciono all’unisono e mi squadrano da capo a piedi.

Facendo finta di nulla butto il naso in aria per cercare un luogo dove mettere quella specie di baule che mi sono portata dietro: scatoloni, borsine di plastica, valigie rigonfie, scarpe piazzate ovunque, per la mia valigia comprendo subito che di posto non ce n’è, per cui con rammarico, sono costretta a lasciarla dov’è. Il bambino non può più nuotare sul pavimento e mi guarda malissimo. Il padre, presumo, in canottiera, mi osserva fisso, senza batter ciglio, confortato di essere seduto in uno dei posti migliori vicino al finestrino, sottace la frase: dovresti passare sul mio cadavere per sederti qui. E’ pur vero che il pensiero di farmi oltre 400 km. in piedi, con l’ansia che il bambino mi distrugga la valigia, la sta già calciando infatti, non mi aggrada neanche un pò, ma quei piedi neri non intendono spostarsi. E se usassi l’accendino? Scompartimento per non fumatori. Pure!

Stanca abbastanza da non usare mezze misure, batto sulla gamba della padrona dei piedi zozzi e la trafiggo con sguardo interrogativo. Apre gli occhi stranita, fa una smorfia che pare di dolore e scocciata, lentamente, ma molto lentamente comincia ad assumere una posizione quasi eretta strisciando per benino quella schiefezza di piedi che si ritrova sul sedile nel quale io, poi, dovrei accomodarmi. Il fratello che reputo maggiore, piazzato tra lei e il padre segue tutta la scena con molta attenzione senza la minima espressione sul volto, è completamente obnubilato e pure bruttino.

Pulisco il seggiolino con un kleenex, mi siedo di fianco al piccolo otre e di fronte alla capo tribù dei piedi neri. La mia valigia troneggia in mezzo allo scompartimento impedendo ai più di muovere le gambe, si respira a fatica, c’è un caldo terrificante e l’olezzo d’umanità ha quasi vita propria tanto è corposo.

Prevedo che non sarà un viaggio facile, dopo cinque minuti profumo come una drogheria di cui buona parte delle merci è andata a male, dopo un lasso di tempo utile al nuovo assetto passeggeri il vocio è ricominciato alla grande in dialetto stretto, con acuti che gareggiano col frastuono delle rotaie, vincendo.

                                                                                                                                 (continua)